L'uomo che inventò il futuro
Quando Franco Battiato calca il palco per la prima volta alla fine degli anni Sessanta, l'Italia conosce ancora poco di questo siciliano che arriva da Catania con strani strumenti e stranissime idee. Ma quella che la mostra al MAXXI di Roma racconta non è solo una carriera musicale: è il percorso di un artista che ha osato attraversare i confini tra discipline, trasformando ogni mezzo espressivo in una finestra sulla complessità dell'anima umana.
La retrospettiva, curata con scrupolo tra cimeli storici e installazioni multimediali, riporta in luce una figura che la storia ufficiale della musica italiana spesso relega a cantautore d'eccellenza, quando in realtà Battiato era qualcosa di più radicale: un filosofo pratico che credeva sinceramente che l'arte potesse trasformare la percezione della realtà. Era il 1971 quando registrava Fetus, album di musica elettronica sperimentale che lo avrebbe collocato nella storia della musica europea come precursore di movimenti che la critica avrebbe scoperto solo anni dopo.
Dalla sperimentazione sonora al video art
Quello che affascina nella parabola creativa di Battiato è la sua coerenza persino nel cambiamento. Non si reinventava per seguire le mode, ma approfondiva ricerche che aveva iniziato decenni prima. Nel periodo tra il 1973 e il 1978, quando molti lo consideravano un artista di nicchia, lui collaborava con il videomaker Enzo Cucchi e sviluppava una pratica visuale che anticipava di decenni certi esperimenti della video art contemporanea.
Le opere video esposte al MAXXI testimoniano come Battiato comprendesse intuivamente che lo schermo era diventato il territorio principale della percezione moderna. I suoi video non sono documentazioni di concerti, ma veri e propri esperimenti di synesthesia visuale: immagini che cercano di rendere visibile la musica, che provano a tradurre in forma il suono. È lo stesso principio che guida Léte (1976), opera che mescola fotografia, film e concetto installativo, trasformando lo spazio espositivo in un'esperienza immersiva.
L'influenza della filosofia orientale e la ricerca spirituale
Un elemento cruciale della mostra riguarda l'importanza che le filosofie orientali, in particolare il sufismo e il buddhismo, ebbero nella formazione del pensiero batiatiano. Non si tratta di una moda estetica degli anni Settanta, ma di una ricerca autentica e profonda che trasforma persino il significato della melodia. Quando Franco canta "Voglio essere un albero" in Nomadi (1981), non sta facendo poesia naive, ma esprimendo il desiderio di dissoluzione dell'ego individuale tipico del pensiero mistico orientale.
Le installazioni del MAXXI riproducono, con grande sensibilità curatoriale, l'atmosfera dei suoi rifugi siciliani dove comprendeva e insegnava queste filosofie. Testi, fotografie d'archivio e registrazioni audio creano uno spazio che invita a ripensare come un artista occidentale potesse farsi intermediario autentico di tradizioni sapienziali non sue, senza cadere nell'appropriazione culturale ma creando effettivamente una sintesi nuova.
Il capolavoro "La voce del padrone" e il paradosso della fruizione
Naturalmente, nessuna retrospettiva su Battiato può evitare La voce del padrone (1981), l'album che lo ha portato nelle case e nelle radio di milioni di italiani. Ma la mostra non lo celebra come il momento in cui il sperimentatore "finalmente" diventa popolare: al contrario, lo interpreta come il punto in cui l'artista accetta il compromesso della comunicazione per diffondere comunque il proprio messaggio. "Voglio stare seduto all'avanguardia" cantava Franco nella title-track, esprimendo perfettamente questo paradosso: come rimanere fedeli alla ricerca artistica mentre si accetta la visibilità di massa?
La risposta di Battiato è stata quella di una coerenza ancora più consapevole. Anche nei brani che sfiorano la pop-accessibility, come "Diritti umani" o "Torneremo ancora", mantiene una densità di significato filosofico che rifiuta di semplificare. Non è musica di consumo che finge profondità; è musica di ricerca che decide di essere bella, accessibile, orecchiabile, senza rinunciare alla complessità.
L'eredità contemporanea di un precursore
Visitando questa mostra nel 2024, quasi quarantanni dopo il suo picco di visibilità e a pochi anni dalla morte (2021), si comprende quanto Battiato fosse veramente in anticipo. Molti fenomeni dell'arte contemporanea che oggi consideriamo innovativi – l'interconnessione tra generi, l'uso della musica come forma meditativa, l'interesse per le culture altre non come esotismo ma come sapere spirituale – erano già presenti e teorizzati nella sua pratica.
Artisti come Ryoji Ikeda, Olafur Eliasson o persino Arca, nella loro ricerca di dissolvimento tra discipline, camminano su sentieri che Franco aveva già aperto trentacinque anni prima. La mostra al MAXXI documenta questo, sottolineando come la vera contemporaneità non sia questione di calendario ma di intensità di ricerca e di sincerità dell'intento creativo.
Conclusione: un maestro dimenticato da riscoprire
Quando si esce dalle sale del MAXXI, si porta con sé non solo nostalgia musicale, ma la consapevolezza di aver incontrato una figura decisiva della cultura italiana moderna che ancora attendeva il suo giusto riconoscimento. Franco Battiato non era un cantante che faceva videoarte, né un artista concettuale che usava la musica come mezzo: era un ricercatore totale che rifiutava le categorie, credendo fermamente che la creatività fosse un'unica corrente che scorre attraverso tutte le forme espressive.
La mostra invita a riascoltare i dischi con orecchi nuovi, a guardare i video come opere d'arte a sé stanti, e soprattutto a riconoscere che un artista geniale non è tale perché produce capolavori occasionali, ma perché mantiene un'interrogazione permanente sul senso dell'arte e della bellezza. Franco Battiato incarnava esattamente questo: una domanda viva, mai una risposta comoda. E le domande, come sapeva bene, sono sempre più attuali delle risposte.
