Quanto tempo resta per trapiantare

Prima di comprare le vaschette, guarda l'orto e rispondi a queste domande.

Quanto dura la luce adesso: fai ancora in tempo a lavorare fuori dopo cena, oppure alle otto è già buio? Il terreno dove andranno le piantine è libero, oppure ci sono ancora pomodori o fagioli da togliere? Toccando la terra a cinque centimetri la senti calda o già fresca? Nella tua zona, l'anno scorso, la prima gelata quando è arrivata, a novembre o a dicembre? E le piantine che hai visto in vendita: sono corte e tozze o alte e sottili?

Se il terreno è libero, è ancora tiepido e le giornate durano dodici ore, sei nel momento giusto. Se devi ancora liberare l'aiuola e siamo alla fine del mese, sei al limite.

La finestra utile per il trapianto dei cavoli si chiude prima di quanto si pensi. Il segnale osservabile non è la data ma la combinazione di due cose che stanno calando insieme: la temperatura del terreno e la lunghezza del giorno. Nelle zone interne del nord il trapianto va chiuso entro la metà di settembre, in pianura padana entro la fine del mese, al centro entro i primi giorni di ottobre, al sud e sulle isole si può arrivare a metà ottobre.

Cosa succede se trapianti troppo presto

Anticipare, in questo caso, è un problema minore ma esiste.

Una piantina di cavolo messa a dimora in un terreno ancora molto caldo, con giornate lunghe, cresce in fretta e produce molte foglie. Il rischio non è la crescita in sé ma quello che la accompagna: la cavolaia, cioè la farfalla bianca che depone sulle foglie, è ancora attiva in agosto e nella prima metà di settembre, e le sue larve su una piantina piccola fanno danni sproporzionati. Lo stesso vale per l'altica, il piccolo coleottero che perfora le foglie a colpi di morsi tondi.

C'è poi un effetto sulle varietà precoci di cavolfiore e broccolo. Trapiantate troppo presto arrivano alla formazione della testa mentre fa ancora caldo, e la testa si forma piccola e aperta, con i fiori che cominciano a separarsi prima di aver raggiunto la dimensione utile.

La misura conta. Due settimane di anticipo su un agosto ancora pieno si vedono e richiedono una protezione contro gli insetti. Cinque giorni di anticipo su un settembre già ventilato non cambiano nulla. Il criterio pratico è guardare se le farfalle bianche volano ancora sull'orto: finché ci sono, una rete serve.

Cosa succede se rimandi di una settimana o di un mese

Qui il ritardo pesa molto di più dell'anticipo, e per una ragione che vale la pena capire.

La crescita di un cavolo dipende dalla quantità di calore che riceve nel corso della stagione, sommata giorno per giorno, e dalla luce disponibile. Entrambe stanno diminuendo. Una piantina messa a dimora il 10 settembre e una messa il 10 ottobre non hanno un mese di differenza: la seconda dispone di molto meno di quello che ha avuto la prima nello stesso mese, perché le giornate si sono accorciate e la temperatura media è scesa.

Il risultato è che una piantina trapiantata tardi entra nell'inverno piccola, con poche foglie e un apparato radicale limitato, e da quel momento resta ferma. Non muore, se la varietà è rustica: riparte a fine febbraio. Ma la testa, se arriva, arriverà in primavera e sarà più piccola.

La perdita si conta settimana per settimana. Fino a metà settembre, in pianura padana, la differenza è trascurabile. Ogni settimana successiva riduce il volume che la pianta raggiunge prima della sosta invernale. Dalla metà di ottobre, nelle zone fredde, non ha più senso trapiantare cavolfiori e broccoli, mentre verze e cavoli neri, che sono più rustici e tollerano il freddo, si possono ancora mettere accettando una raccolta primaverile.

Chi ha rimandato ha ancora due strade: scegliere le specie più resistenti al freddo invece di quelle più delicate, oppure lasciare stare e usare il terreno per una semina da foglia, che ha tempi molto più brevi.

Cosa fare oggi, nell'ordine giusto

Si comincia dalla scelta delle piantine, che è il passaggio che decide più di ogni altro. In vaschetta si guardano tre cose. La prima è il fusto: deve essere corto e grosso, con le foglie ravvicinate. Una piantina alta e sottile, con lo spazio fra una foglia e l'altra allungato, è filata, cioè cresciuta con poca luce, e in campo si piega e attecchisce peggio. La seconda è il colore: verde pieno, senza sfumature violacee sulle nervature, che indicano una sofferenza già in corso. La terza è il pane radicale: si estrae una piantina dall'alveolo e si guarda. Le radici devono essere bianche e distribuite in tutto il volume, ma non avvolte a spirale sul fondo. Un pane che si sfalda del tutto indica una piantina troppo giovane, uno che è diventato un blocco compatto e legnoso indica una piantina rimasta troppo a lungo in vaschetta.

Prima di piantare si bagnano abbondantemente le vaschette e si lasciano scolare mezz'ora. Una piantina estratta da un pane asciutto perde radici nel passaggio.

Poi si preparano le distanze, che non sono un dettaglio estetico: sono lo spazio di cui la pianta ha bisogno per formare la parte che si mangia. Il cavolo cappuccio vuole quaranta o cinquanta centimetri sulla fila e sessanta fra le file, perché la testa si forma stretta fra le foglie esterne e ha bisogno che quelle foglie stiano distese. La verza chiede più o meno lo stesso, con qualche centimetro in più per le varietà tardive, che diventano molto grandi. Il cavolfiore vuole cinquanta o sessanta centimetri sulla fila e settanta fra le file, perché la sua parte edibile deve restare coperta dalle foglie e le foglie sono ampie. Il broccolo può stare un po' più stretto, quaranta o cinquanta sulla fila, perché produce anche getti laterali e una fitta parziale non lo penalizza. Il porro è il caso opposto: dieci o quindici centimetri sulla fila bastano, con trenta o quaranta fra le file, perché cresce in verticale e non in larghezza.

Il trapianto vero e proprio segue una regola diversa per i cavoli e per il porro. I cavoli si mettono alla stessa profondità a cui stavano in vaschetta, o al massimo un centimetro più in basso, comprimendo la terra attorno al pane con le due mani. Il porro invece si pianta in una buca profonda quindici centimetri fatta con un bastone, si cala dentro fino a lasciar fuori solo la parte finale delle foglie, e la buca non si riempie di terra: si riempie d'acqua, che porta giù la terra da sola. La parte interrata resta bianca, ed è quella che si mangia. Sulle piantine di porro conviene accorciare le radici e le punte delle foglie con le forbici prima di piantare, perché la pianta si regge meglio e perde meno acqua.

Subito dopo si annaffia, abbondantemente e alla base. Nei giorni seguenti si tiene il terreno costantemente umido fino a quando compare la prima foglia nuova al centro della rosetta: quello è il segnale che la pianta ha attecchito, e da lì si può diradare le annaffiature.

Sul porro, tre o quattro settimane dopo, si comincia la rincalzatura: si accosta terra al fusto man mano che cresce, per allungare la parte bianca.

Gli errori più comuni

Quello che si faceva una volta

Cosa guardare nelle settimane successive

Il primo segnale utile arriva dopo otto o dieci giorni ed è la comparsa di una foglia nuova al centro della piantina. Finché non compare, la pianta sta ancora usando le riserve del pane radicale. Se dopo due settimane non c'è nessuna foglia nuova e le foglie esterne ingialliscono, quasi sempre il pane è rimasto asciutto o il colletto è stato interrato troppo.

Il secondo controllo è sulla pagina inferiore delle foglie, ogni due o tre giorni finché volano ancora le farfalle bianche. Le uova sono gialle, in gruppetti, e si schiacciano con un dito prima che schiudano.

Il terzo riguarda i buchi tondi e piccoli sulle foglie giovani, che indicano l'altica. Si aggravano nelle giornate asciutte e ventilate, e si riducono mantenendo il terreno umido attorno alle piante.

Il primo intervento successivo, per i cavoli, è la prima concimazione, tre o quattro settimane dopo il trapianto e solo a pianta attecchita. Per il porro è la prima rincalzatura, che si ripete poi ogni due o tre settimane fino a novembre.