A Milano, nel Parco Sempione, arriva sempre quel momento in cui le persone si fermano a metà strada. Tra i viali alberati, camminatori abituali si trasformano in osservatori incantati. Sono i ciliegi, e a inizio aprile il loro spettacolo inizia senza preavviso. I petali bianchi e rosa si aprono in poche ore, trasformando il verde monotono del parco in una nuvola effimera. Chi passa sa che avrà due settimane, forse tre, prima che tutto cada. È questo che rende magico il ciliegio ornamentale giapponese in Italia: non la permanenza, ma la rarità della sua bellezza.
Il ciliegio giapponese, scientificamente Prunus serrulata, appartiene alla famiglia delle Rosacee, la stessa dei meli e dei peri. Non è una pianta spontanea in Italia, ma una importazione deliberata, arrivata dalle regioni temperate del Giappone dove la tradizione della contemplazione dei fiori, lo "hanami", risale a più di mille anni. A differenza del ciliegio da frutto europeo, il Prunus serrulata è stato selezionato per l'ornamento: nelle cultivar più diffuse i fiori sono doppi e sterili, e il frutto è assente o insignificante. È una pianta che esiste solo per essere guardata, il che la rende completamente estranea alla pratica agricola italiana ma straordinariamente affascinante per chi ama i giardini.
L'introduzione del ciliegio giapponese in Europa risale all'Ottocento, quando il Giappone si riaprì al commercio con l'Occidente e i vivaisti europei cominciarono a importarne le cultivar. In Italia, la diffusione vera e propria avvenne tra il 1950 e il 1980, quando i parchi pubblici urbani vennero riprogettati con una sensibilità più moderna. Il ciliegio ornamentale arrivò a rappresentare un simbolo di apertura verso altre culture, un segno di cosmopolitismo che piaceva alle città che si stavano ricostruendo. Negli ultimi due decenni, la sua popolarità è cresciuta enormemente, spinta anche dalla moda dei giardini "zen" e dal turismo fotografico. Oggi, il ciliegio giapponese non ha una storia culinaria o medicale italiana, come potrebbe avere il ciliegio da frutto: la sua storia è puramente estetica e urbana.
Tra le varietà coltivate in Italia, le più comuni sono il 'Kanzan', con fiori doppi rosa intenso e portamento eretto, e lo Yoshino (Prunus × yedoensis, che è un ibrido e non una cultivar della serrulata), con fiori quasi bianchi appena sfumati di rosa. La cultivar 'Amanogawa' cresce verticale, quasi colonnare, ed è perfetta per spazi ristretti. Chi cerca la rarità dei fiori gialli deve invece guardare alla cultivar 'Ukon', l'unica che li produca davvero. Tutte queste cultivar prediligono esposizioni soleggiate, terriccio ben drenato e un clima temperato freddo. La pianura padana e l'Italia centrale offrono condizioni ottimali: gli inverni freddi permettono il riposo vegetativo necessario, mentre le primavere non troppo asciutte favoriscono la fioritura generosa. Al sud, il ciliegio giapponese fatica per il caldo anticipato che accorcia la fioritura.
I miti che resistono ma non sono veri
Si dice spesso che il ciliegio giapponese sia delicato e quasi impossibile da coltivare in Europa. La realtà è diversa: il Prunus serrulata è perfino più resistente del ciliegio da frutto italiano, perché non deve sopportare il peso dei frutti e non è assediato dagli stessi parassiti agricoli. Cresce senza grandi pretese e resiste a temperature anche molto basse. Il mito della fragilità probabilmente nasce dal fatto che i fiori durano poco e questo viene confuso con la fragilità della pianta stessa. Un ciliegio giapponese può vivere tranquillamente 40-50 anni.
Un secondo mito afferma che il ciliegio giapponese fiorisca solo se importato dal Giappone o se coltivato in condizioni quasi tropicali. Falso: i ciliegi giapponesi coltivati in Italia fioriscono regolarmente, spesso in modo anche più abbondante rispetto ai climi subtropicali dove possono stentare per il caldo. Il fatto che in Giappone la fioritura sia uno spettacolo nazionale non significa che la pianta abbia bisogno del Giappone per fiorire.
Terzo mito: che il ciliegio sia sterile e quindi ecologicamente negativo. In parte è vero che non produce frutti commestibili, ma non è una pianta invasiva. I pochi semi che a volte si formano difficilmente attecchiscono in condizioni urbane. Inoltre, il ciliegio fiorito alimenta gli insetti impollinatori all'inizio della primavera, quando poco altro è in fiore.
Come coltivarlo con successo
- Esposizione: pieno sole per almeno 6 ore al giorno. Se l'ombra è eccessiva, la fioritura si riduce sensibilmente. Nelle zone più calde del Sud è preferibile una posizione che riceva un po' d'ombra nelle ore centrali dell'estate.
- Terriccio: ben drenato, neutro o leggermente acido. Se il terreno è molto compatto, lavorare compost su tutta l'area e piantare su un rialzo. Il ciliegio non tollera i ristagni idrici, che favoriscono il marciume del colletto e la gommosi da Phytophthora; il colpo di fuoco batterico, che si legge spesso a sproposito, riguarda invece melo, pero e biancospino, non i Prunus.
- Innaffiatura: regolare nei primi due anni dopo la messa a dimora, poi il ciliegio adulto si mantiene praticamente da solo. In primavera, durante la fioritura e la successiva emissione delle foglie, mantenere il terreno umido ma non fradicio.
- Potatura: minima. Eliminare solo i rami malati o che si incrociano. La potatura severa riduce la fioritura dell'anno successivo. Se necessario, potare subito dopo la fioritura, mai in autunno o inverno.
- Messa a dimora: autunno o inizio primavera. La buca va scavata larga il doppio della zolla ma non più profonda, e il colletto deve restare esattamente al livello del terreno: interrarlo di più fa marcire la pianta. In vaso, scegliere contenitori larghi almeno 50-60 centimetri per garantire spazio alle radici.
Nei parchi italiani, il ciliegio giapponese è ormai una presenza consolidata. A Roma i ciliegi del Laghetto dell'EUR, donati dal Giappone alla fine degli anni Cinquanta, attirano fotografi ogni aprile. A Torino, il Parco del Valentino ne ha una decina di esemplari. Firenze, Padova e Bologna hanno potenziato negli ultimi anni le loro collezioni. A Como, nel Parco Spina Verde, alcuni ciliegi ornamentali si affacciano sui giardini terrazzati verso il lago. Non sono sempre segnalati ufficialmente, ma chi cammina nei parchi urbani italiani durante la prima metà di aprile inizia a riconoscerli: sono le piante attorno cui il passaparola accelera, dove arrivano i fotografi con i teleobiettivi, dove le persone fatte di fretta si fermano per scattare una foto da mandare ai genitori.
Il ciliegio giapponese non produce frutti che si possono mangiare, non ha proprietà medicinali locali, non migliora l'aria. Eppure, fiorisce ogni primavera perché chiediamo che fiorisca, perché sappiamo che due settimane di bellezza effimera giustificano lo spazio e la cura. È una pianta che insegna qualcosa di importante: che la bellezza non ha bisogno di utilità per valere la pena.