Nel corso del Settecento, mentre l'Europa cominciava a scoprire le meraviglie botaniche dell'Oriente, una pianta destinata a diventare leggendaria giungeva dai lontani giardini della Cina e del Giappone. La camelia, nome scientifico Camellia japonica, era già nota nei suoi territori d'origine da millenni, coltivata da secoli nei giardini dei templi e nelle residenze imperiali, e in Giappone legata ai santuari shintoisti, dove dai semi del tsubaki si ricavava anche un pregiato olio. Ma per l'Europa rappresentava una novità assoluta, un oggetto di curiosità e di desiderio che avrebbe conquistato i cuori di aristocratici e giardinieri appassionati.

La pianta che arrivò dal mare

I primi esemplari di camelia raggiunsero il continente europeo grazie alle rotte commerciali marittime, quando le compagnie olandesi e inglesi intensificavano gli scambi con l'Estremo Oriente. Non si trattava di un arrivo casuale: gli europei, affascinati dalle descrizioni dei viaggiatori e dalle illustrazioni che raffiguravano fiori di straordinaria bellezza, cercavano attivamente questi tesori botanici. La camelia, con i suoi fiori appariscenti e la forma perfetta dei petali, rappresentava il massimo dell'eleganza floreale, qualcosa che gli orti europei dell'epoca non potevano offrire. Le prime piante vennero coltivate nelle serre calde del Nord Europa, e proprio lì gli europei commisero un errore che costò moltissimi esemplari: convinti che qualunque pianta venuta dall'Oriente fosse tropicale, le tennero al caldo, e le camelie deperirono una dopo l'altra. La verità è l'opposto: la Camellia japonica è una pianta di sottobosco montano, regge senza problemi i -10°C e soffre invece il caldo secco. Quando lo si capì, verso la fine del Settecento, le camelie uscirono dalle stufe e cominciarono finalmente a prosperare.

Simbolo di lusso e raffinatezza

Nel Settecento e soprattutto nell'Ottocento, la camelia divenne un simbolo di status sociale. Possedere una camelia in fiore nelle proprie serre private significava esibire ricchezza e buon gusto. Le famiglie aristocratiche gareggiavano nel coltivare le varietà più rare e nel riprodurle attraverso l'ibridazione. In Gran Bretagna, durante l'era vittoriana, la camelia raggiunse l'apice della popolarità, tanto che vennero create serre dedicate esplicitamente a questa pianta. I giardinieri inglesi, francesi, belgi e italiani svilupparono centinaia di varietà nuove attraverso l'incrocio selettivo — e il contributo italiano non fu affatto marginale, con i grandi vivai ottocenteschi della Lucchesia e le collezioni del Lago Maggiore, dove il suolo acido e l'aria umida si rivelarono perfetti — dando origine ai fiori doppi, ai colori striati e alle forme sempre più sofisticate che caratterizzano le moderne coltivazioni. La camelia incarnava tutto ciò che il XIX secolo ammirava: l'esotico reso domestico, la natura dominata e perfezionata dalla mano umana.

Una bellezza che sfida il tempo

Ciò che rese la camelia ancora più affascinante era la sua straordinaria longevità e la capacità di adattarsi ai giardini europei. A differenza di molte altre piante tropicali che richiedevano cure ossessive, la camelia si rivelò resiliente e gratificante. I suoi fiori sbocciano nei mesi invernali e all'inizio della primavera, quando il giardino è ancora spoglio, regalando colore proprio quando il colore è più raro. Profumo però quasi nessuno: la Camellia japonica è notoriamente inodore, ed è forse l'unica cosa che le si possa rimproverare. Le foglie verde scuro e lucide rimangono belle durante tutto l'anno, fornendo struttura al giardino. C'è però una condizione che non ammette sconti, e che spiega perché in certe zone d'Italia la camelia non attecchisce: vuole terreno acido, con pH fra 5 e 6,5, e non tollera il calcare. Nei suoli calcarei ingiallisce per clorosi e deperisce, e la stessa cosa accade in vaso se la si innaffia con acqua dura. Vuole inoltre mezz'ombra e terreno fresco d'estate: i boccioli si formano fra luglio e agosto, e se in quelle settimane la pianta patisce la sete, l'inverno successivo i boccioli cadono senza aprirsi. Non è una pianta che fiorisce per pochi giorni e poi scompare: ogni esemplare maturo produce centinaia di boccioli nel corso della stagione, garantendo una fioritura prolungata e generosa.

Un nome che racconta l'Oriente

Il nome Camellia non ha nulla di orientale: fu Linneo a coniarlo, latinizzando il cognome di Georg Joseph Kamel, gesuita e farmacista boemo che nel Seicento raccolse e descrisse le piante delle Filippine. Curiosamente Kamel non si occupò mai di camelie: Linneo volle semplicemente onorarne la memoria, come faceva spesso con i naturalisti che stimava. Nel corso della storia botanica, gli europei hanno imparato a riconoscere due specie principali: la Camellia japonica e la Camellia sinensis, quest'ultima celebre per fornire le foglie del tè. E non si tratta soltanto della stessa famiglia botanica: sono due specie dello stesso identico genere, parenti strettissime. Il tè che beviamo al mattino e la camelia che fiorisce in giardino a febbraio sono, dal punto di vista botanico, quasi la stessa pianta.

La credenza che i fiori cadono in disgrazia

Esiste una superstizione tenace intorno alla camelia, e non è nata in Europa: viene dal Giappone. Il fiore della Camellia japonica, arrivato a fine corsa, non sfiorisce petalo dopo petalo come quasi tutti gli altri; si stacca intero, in un colpo solo, e cade a terra ancora perfetto. Ai samurai quel gesto ricordava troppo da vicino una testa mozzata, e da lì nacque la fama di fiore di cattivo augurio, che in certi ambienti giapponesi sconsiglia ancora oggi di portare camelie a un malato. La spiegazione botanica è molto meno cupa: nella camelia i petali sono saldati fra loro alla base e con gli stami, così l'intera corolla si distacca come un pezzo unico. Oggi riconosciamo questa caratteristica come una delle tante ragioni per apprezzare questa pianta straordinaria.

Se oggi nel vostro giardino o in una serra privata cresce una camelia, sapete di condividere una passione tramandata attraverso secoli di storia europea. Quella pianta non è solo un ornamento vegetale, ma il risultato di un lungo viaggio che ha inizio negli orti imperiali asiatici, prosegue attraverso le rotte commerciali del Settecento, e giunge fino ai nostri giorni. Ogni fiore che sboccia rappresenta la continuità di una storia umana e botanica straordinaria, la testimonianza di quanto il contatto tra le culture possa arricchire il nostro rapporto con la natura.