La felce è una pianta che sembra nata dal racconto di un'altra epoca. Quando la osserviamo attentamente, notiamo che le sue fronde arrotolate, i suoi portamenti sinuosi e l'assenza totale di fiori la rendono straordinariamente diversa dalle piante che oggi conosciamo. Non è un capriccio evolutivo: la felce porta in sé la memoria di un mondo remoto, anteriore persino ai fiori stessi. Eppure, proprio questa antichità la rende affascinante agli occhi di chi, nei secoli scorsi, ha deciso di coltivarla nelle case e nei giardini europei.
Una pianta più antica dei fiori
Le felci appartengono a un gruppo di piante chiamate pteridofite, esistenti sulla Terra da oltre 350 milioni di anni. Erano già diffuse e rigogliose quando i dinosauri camminavano sul pianeta. A differenza delle piante da fiore, le felci si riproducono attraverso le spore: minuscoli granelli invisibili che si raccolgono sotto le fronde, racchiusi in strutture chiamate sporangi. Questo metodo di riproduzione è primitivo per gli standard moderni, ma perfettamente efficiente. La felce non ha bisogno di insetti impollinatori, non produce nettare, non ha semi. C'è però un passaggio che quasi nessuno conosce e che spiega perché queste piante pretendano tanta umidità: dalla spora non nasce direttamente una felce. Nasce una laminetta verde grande come un'unghia, il protallo, che costituisce una generazione a sé, indipendente, e che produce le cellule sessuali. Perché la fecondazione avvenga, gli spermatozoi devono nuotare in un velo d'acqua da un organo all'altro: senza acqua liquida, letteralmente, non si passa. Solo a quel punto nasce la felce vera e propria. È una soluzione biologica che ha funzionato per centinaia di milioni di anni e continua a funzionare, ma tiene le felci legate ai luoghi umidi.
L'arrivo in Europa e la mania vittoriana
Benché le felci fossero presenti anche in Europa nei boschi selvatici e umidi, furono le specie tropicali provenienti dalle esplorazioni coloniali che catturarono l'immaginazione dei giardinieri europei tra il Settecento e l'Ottocento. La svolta tecnica ha un nome preciso, e non è la serra riscaldata: è la cassa di Ward, il contenitore di vetro sigillato messo a punto a Londra nel 1829 dal medico Nathaniel Bagshaw Ward, che scoprì per caso come una piantina chiusa in un barattolo sopravvivesse per mesi riciclando la propria umidità. Da quel momento le felci tropicali smisero di morire durante le traversate oceaniche, e specie come la Nephrolepis e la Pteris divennero coltivabili anche nei salotti. Il fenomeno che ne seguì ebbe perfino un nome, coniato nel 1855 dallo scrittore Charles Kingsley: pteridomania, la mania delle felci. Le felci divennero un simbolo di status e raffinatezza, e raccoglierle, seccarle e pressarle in album fu un passatempo diffusissimo fra le donne dell'epoca, al punto che diverse specie selvatiche britanniche furono depredate fin quasi a scomparire. Le felci in vaso trovavano posto nei salotti ombreggiati delle case inglesi e francesi, dove il loro fogliame delicato aggiungeva un tocco di eleganza naturale agli interni soffocanti e arredati di pesante mobilia.
Dal nome scientifico al significato botanico
Il nome del genere Pteridium, quello della felce aquilina, deriva dal greco antico pterís, a sua volta da pterón, "ala" o "penna": un riferimento evidente alla forma delle fronde, che si dispiegano come ali aperte verso la luce. La parola italiana "felce" non ha invece nulla di incerto: viene dal latino filix, che indicava già la stessa pianta, ed è la medesima radice da cui derivano il francese fougère e lo spagnolo helecho. Quello che sappiamo con certezza è che la felce, come categoria botanica, racchiude una straordinaria varietà di specie: dalle piccole felci muschiose dei boschi umidi alle maestose specie arboree delle foreste tropicali, alte fino a quindici metri. Ogni specie ha sviluppato strategie adatte al proprio ambiente. Le felci dei boschi freddi sono resistenti al gelo; quelle tropicali richiedono calore e umidità costanti.
Sulla felce aquilina appena nominata, che è la felce più diffusa d'Italia e ricopre interi versanti collinari, va detta una cosa che sorprende: non è affatto innocua. Contiene ptaquiloside, una sostanza cancerogena responsabile di gravi avvelenamenti nei bovini che la pascolano, e nelle tradizioni alimentari che ne usano i giovani germogli questi vengono consumati solo dopo lunghe bolliture in acqua alcalina. Non è un problema per chi la incontra in una passeggiata, ma non è un'erba da raccogliere per portarla in tavola.
La credenza che le felci fioriscano è persistente quanto falsa
Ancora oggi molti coltivatori principianti aspettano con pazienza che la loro felce produca un fiore. Non accadrà mai, e non è un difetto della pianta. Le felci semplicemente non hanno mai evoluto i fiori: non ne hanno avuto bisogno per sopravvivere e prosperare per centinaia di milioni di anni. La loro strategia riproduttiva mediante spore è talmente efficace che alcune felci tropicali si propagano anche vegetativamente, producendo piccole plantule avventizie sulle stesse fronde. Quello che il coltivatore attento può osservare, invece, sono le linee brune o giallastre sotto le fronde mature, i cosiddetti sori, che altro non sono se non agglomerati di sporangi: le vere strutture riproduttive della felce.
Oggi la felce non è più una mania elitaria come nel XIX secolo, ma una scelta consapevole di chi ama le piante che chiedono poco rumore, nessun fiore pretenzioso, solo umidità costante e penombra. Nel nostro vaso, la felce continua il lavoro invisibile e affidabile che svolge da quando la Terra era un luogo ben diverso da quello che conosciamo. Ogni nuova fronda che si arrotola e si dispiega è un gesto antico, ripetuto milioni di volte, un sussurro del passato che vive nelle nostre case.