Se guardiamo un mirtillo estivo tra le dita, polveroso di quella patina grigio-azzurra che lo ricopre, stiamo osservando il risultato di una storia botanica che affonda le radici nei boschi del Nord. Non è una pianta inventata dai nostri tempi, non arriva da laboratori di ibridazione moderna. Il mirtillo, nella sua forma selvatica, cresce ancora oggi come cresceva quando i nostri antenati camminavano nei boschi europei cercando frutti spontanei da raccogliere.
Una pianta dei boschi boreali
Il mirtillo estivo europeo, il cui nome scientifico è Vaccinium myrtillus, appartiene alla famiglia delle Ericacee ed è originario delle regioni boreali e temperate dell'Europa settentrionale e centrale. Non si tratta di una scoperta recente portata da navigatori lontani. Era già lì, nei boschi di conifere e nelle brughiere acide di Svezia, Norvegia, Finlandia, Germania, Polonia. Cresceva selvaggio, nascosto tra muschi e licheni, attendendo di essere scoperto da chi sapeva dove cercarlo.
I popoli scandinavi e dell'Europa centro-settentrionale lo conoscevano da tempo immemorabile. Le sue bacche scure, ricche di proprietà, erano parte della loro alimentazione stagionale. In quelle regioni il mirtillo non era una rarità esotica: era uno dei frutti più comuni che la natura offriva gratuitamente durante i mesi estivi. Le foreste lo fornivano in abbondanza, e la tradizione di raccoglierlo nei boschi persiste ancora oggi, soprattutto nei paesi nordici dove la raccolta selvaggia rimane un'abitudine amata.
Dalla raccolta spontanea alla coltivazione
Per molti secoli il mirtillo estivo è rimasto una pianta selvatica, raccolta nei boschi piuttosto che coltivata negli orti. La sua domesticazione vera e propria è stata un processo lento, soprattutto perché il mirtillo è una pianta esigente: preferisce suoli acidi, umidi, ben drenati, e non ama la siccità estiva né i terreni alcalini. Non era facile riprodurre in giardino le condizioni che trovava naturalmente nelle brughiere boreali.
Con una precisazione che cambia la conclusione della storia: il mirtillo nero europeo, di fatto, non è mai stato addomesticato. Tutti i tentativi di coltivarlo su scala commerciale si sono scontrati con la sua dipendenza da funghi simbionti del suolo forestale, con la crescita lentissima e con la resa modesta, e ancora oggi la quasi totalità dei mirtilli neri che si trovano in commercio proviene dalla raccolta nei boschi, regolamentata nei paesi nordici e nell'Europa orientale. Quello che si è sviluppato nel Novecento è un'altra cosa: la coltivazione del mirtillo gigante americano, che è la specie che riempie le vaschette dei supermercati.
Il nome e le varianti botaniche
Il nome italiano mirtillo viene dal latino myrtillus, piccolo mirto: sono le foglioline ovali e coriacee dell'arbusto ad aver ricordato ai Romani quelle del mirto mediterraneo, non certo il frutto, che è tutt'altra cosa. In inglese la distinzione fra le due specie è netta e utile: bilberry è il mirtillo nero europeo, blueberry è quello americano coltivato. I tedeschi chiamano il primo Heidelbeere. Questo accomunamento linguistico riflette il fatto che la pianta era conosciuta da popoli diversi nei loro rispettivi territori naturali, ciascuno con il suo nome locale, ma tutti consapevoli di trovarsi di fronte al medesimo frutto.
È importante sottolineare che il mirtillo estivo europeo è diverso dai mirtilli blu americani, che appartengono a specie come Vaccinium corymbosum. I mirtilli americani sono più grandi, più dolci, e sono arrivati in Europa solo nel Novecento. Il mirtillo europeo rimane una specie a sé, più acidula, dal sapore molto più profondo e dalle dimensioni contenute. Il modo più rapido per distinguerli è aprirne uno: il mirtillo nero europeo ha la polpa viola scura e macchia le dita e i denti, quello americano ha polpa chiara, quasi bianca, sotto una buccia blu.
Una credenza da sfatare sul colore
Il colore, quello sì, racconta la maturazione: le antocianine si accumulano nella buccia man mano che il frutto matura, e un mirtillo passa dal verde al rossastro al blu-nero proprio compiendo quel percorso. Un frutto ancora rosso, quindi, è acerbo e va lasciato sulla pianta. Il colore però non basta da solo, perché il viraggio si completa qualche giorno prima del sapore: il mirtillo davvero pronto si stacca dal ramo con una carezza, cede appena sotto le dita e profuma. Se devi tirare, aspetta.
Quanto alla patina grigio-azzurra che lo ricopre, si chiama pruina ed è una cera prodotta dalla pianta per limitare la perdita d'acqua e respingere i funghi. È un ottimo indicatore di freschezza, perché si asporta con le dita e non torna: mirtilli lucidi e senza velo sono stati maneggiati molto o lavati da tempo.
Il mirtillo che raccogliamo in un bosco d'alta quota, in Trentino come sull'Appennino, è esattamente quella stessa pianta che cresceva selvaggia in Europa millenni fa, e non è cambiata quasi in nulla. Quello che compriamo dal fruttivendolo, invece, quasi sempre è il cugino americano. Non è arrivato da chissà dove, carico di mistero esotico. È sempre stato qui, nei nostri boschi, parte della nostra flora naturale, attendendo solo di essere riconosciuto e coltivato. Quando lo si porta in casa, profumato e fresco, ci si porta dentro un pezzo di quella storia botanica che ancora vive negli alberi e nei cespugli dell'Europa settentrionale.