Quando a novembre varchiamo i cancelli di un cimitero italiano, è quasi certo che porteremo crisantemi. Fiori dai colori caldi, arancioni e gialli, o bianchi come la neve. Eppure questo gesto, profondamente radicato nella nostra tradizione funebre, ha origini lontanissime da qualunque cimitero europeo. Il crisantemo viene da un mondo completamente diverso, dove significava tutt'altro: ricchezza, lunghe vite, rispetto e onore.

La patria originaria: Cina e Giappone

Il crisantemo, il cui nome scientifico è Chrysanthemum morifolium, nasce in Asia orientale, dove è coltivato da più di due millenni. La Cina ne rivendica l'origine con buone ragioni, anche se va detta una cosa: il crisantemo da giardino non è una specie selvatica, è un cultigeno, cioè una pianta nata in coltivazione dall'incrocio ripetuto di specie spontanee cinesi come Chrysanthemum indicum. Sui monti crescevano i parenti selvatici; quello che compriamo dal fioraio è il risultato di oltre duemila anni di selezione umana, e già nei testi poetici e medici antichi compaiono tracce della sua coltivazione. I Cinesi non la vedevano come un fiore del dolore, ma come un simbolo di lunga vita e di felicità. Nelle corti imperiali, il crisantemo era una pianta nobile, coltivata con dedizione negli orti imperiali e regalata come segno di stima.

Come il Giappone fece sua questa pianta

Il crisantemo attraversò il mare e arrivò in Giappone, dove trovò un terreno ancor più fertile per la sua valorizzazione culturale. I giapponesi ne fecero l'emblema della nobiltà e della famiglia imperiale: ancora oggi il crisantemo a sedici petali è il sigillo imperiale giapponese, e il trono stesso viene chiamato "trono del crisantemo". In Giappone, la pianta non era associata al lutto, ma a tutto il contrario: prosperità, gioia, felicità. Esistevano vere e proprie esposizioni di crisantemi nelle corti, dove il fiore era coltivato in forme straordinarie, talvolta con un solo fiore per stelo, di dimensioni gigantesche, altri allevati in cespugli potati a sfera perfetta. L'arte della coltivazione giapponese trasformò il crisantemo in una pianta dalle infinite varianti di colore e forma.

L'arrivo in Europa e il cambiamento di significato

Il crisantemo raggiunse l'Europa alla fine del Settecento, portato dalle navi che tornavano dall'Oriente: la data che si cita di solito è il 1789, quando il capitano marsigliese Pierre Blancard sbarcò dalla Cina tre varietà, di cui una sola sopravvisse al viaggio. In principio, i botanici europei ne apprezzarono soprattutto le qualità ornamentali e l'esoticità. Tuttavia, il fiore trovò sulle sponde europee un significato nuovo, che variava da paese a paese. In Italia, Francia e Germania il crisantemo si legò progressivamente alla commemorazione dei defunti, probabilmente perché la sua fioritura autunnale coincideva con le festività legate ai morti, come Ognissanti. L'associazione con il lutto non era scritta da nessuna parte: era semplicemente la pratica quotidiana a forgiarla, la ripetizione dei gesti, il consolidarsi di una tradizione che nessuno avrebbe più messo in discussione.

Un fiore che porta con sé due universi di significati

Quello che rende straordinaria la storia del crisantemo è proprio questa frattura culturale. Lo stesso fiore che in Giappone significa longevità e gioia significa per noi memoria e dolore. Va però evitata una semplificazione: nemmeno in Giappone il crisantemo è soltanto un fiore di festa. I crisantemi bianchi, là, sono da sempre fiori da funerale e da altare domestico per i defunti, e regalarli a una persona viva è considerato di pessimo gusto quanto lo sarebbe in Italia. La differenza sta piuttosto nella gamma: in Asia orientale il crisantemo copre l'intero arco dei significati, dall'onore imperiale al lutto, mentre in Europa si è ristretto a uno solo. Il fiore non è cambiato: è il nostro sguardo a trasformarsi, il nostro contesto, la nostra storia locale. E questa capacità della pianta di farsi interprete di culture così diverse è forse la ragione più profonda per cui il crisantemo merita di essere ricordato.

Una coltivazione che non conosce confini

Oggi il crisantemo è coltivato ovunque: in campo aperto nei luoghi dal clima temperato, in serra dove fa più freddo, in vaso perfino sui balconi di città. Il vivaio moderno ne produce infinite varianti, dalla forma semplice di margherita alle sfere perfette dei crisantemi a pompon, dai colori brillanti agli sfumati. Eppure, quando raccogliamo un crisantemo dal banco del fioraio, la maggior parte di noi non pensa alla Cina imperiale o ai giardini del Giappone. Pensiamo al cimitero, al suono sordo dei vasi che si posano sulla tomba, al profumo acre dei fiori secchi. Porta con sé il crisantemo una doppia vita, allora: quella dei millenni asiatici, serena e onorante, e quella europea, più recente e più cupa. In un modo o nell'altro, rimane una pianta di eccezionale bellezza, sempre puntuale, sempre presente quando serve ricordare.

Un'ultima cosa, per chi lo coltiva e non si limita a comprarlo: il crisantemo contiene piretrine, le stesse sostanze da cui si ricava uno degli insetticidi naturali più usati al mondo. Per questo la pianta è poco attaccata dai parassiti, ma per lo stesso motivo è lievemente tossica per cani e gatti se ne masticano foglie o fiori, e in alcune persone il contatto ripetuto con il fogliame provoca dermatiti. Nulla di grave, ma un paio di guanti quando si potano cespugli interi non guastano.