Una mimosa pudica lasciata cadere da quindici centimetri per sessanta volte di fila smette di chiudere le foglie dopo poche cadute, perché impara che la caduta non fa male, e se ne ricorda ventotto giorni dopo: lo ha pubblicato nel 2014 sulla rivista Oecologia Monica Gagliano, dell'Università dell'Australia occidentale. È il dato più citato da chi risponde sì a chi chiede se è vero che le piante sono intelligenti, ed è anche il punto in cui la discussione si complica, perché la stessa ricercatrice ha pubblicato due anni dopo un esperimento che nessuno è riuscito a ripetere. Questo articolo dice che cosa le piante fanno davvero, che cosa la parola intelligenza aggiunge, e dove la comunità scientifica si divide.
Che cosa fanno le piante, e perché qualcuno dice che è vero che le piante sono intelligenti
Le piante percepiscono luce, gravità, tocco, umidità, sostanze chimiche nell'aria e nel suolo, e rispondono in modo coordinato: una radice che incontra un sasso lo aggira, una foglia all'ombra fa allungare il fusto verso la luce, una pianta attaccata da bruchi produce sostanze amare e avvisa le foglie vicine. Nessuna di queste cose richiede un cervello, ma tutte richiedono che l'informazione raccolta in un punto produca una risposta in un altro, e le piante lo fanno con ormoni, segnali elettrici lenti e cambiamenti di pressione. Chi sostiene che è vero che le piante sono intelligenti parte da qui: se intelligenza è risolvere problemi con le informazioni disponibili, le piante lo fanno.
Il neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, che dirige a Firenze il Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale, è il divulgatore più noto di questa posizione, e il botanico Anthony Trewavas la sostiene dagli anni Duemila. La loro definizione è larga di proposito: intelligenza come capacità di adattarsi, senza bisogno di coscienza. Con quella definizione, è vero che le piante sono intelligenti; con una definizione che includa pensiero e consapevolezza, no. Il disaccordo è quasi tutto sulla parola.
La mimosa che impara e il pisello che non conferma: è vero che le piante sono intelligenti?
L'esperimento del 2014 regge: la mimosa smette di reagire a una caduta ripetuta e innocua, e continua a reagire se la si scuote in un altro modo, quindi non è stanchezza ma una forma di abituazione, che negli animali si considera l'apprendimento più semplice. Se è vero che le piante sono intelligenti, la prova più forte sarebbe stata il passo successivo. Nel 2016 Gagliano ha pubblicato su Scientific Reports un secondo esperimento, in cui piante di pisello sembravano imparare ad associare il soffio di un ventilatore alla direzione da cui sarebbe arrivata la luce, come il cane di Pavlov con la campanella. Nel 2020 Kasey Markel, dell'Università della California, ha ripetuto l'esperimento con più piante e controlli aggiuntivi, e ha pubblicato su eLife che i piselli non mostravano nessuna associazione.
La ricercatrice ha contestato il metodo della replica, e la discussione è aperta, ma un esperimento non ripetuto vale come indizio e non come prova. Chi cita il pisello per dire che è vero che le piante sono intelligenti sta citando la parte più fragile della letteratura, e chi lo sa lo dice. Quello che regge, l'abituazione della mimosa, è un comportamento che hanno anche organismi senza neuroni, e non stupisce i biologi.
La posizione di chi dice di no
Nel 2019 un gruppo di otto fisiologi vegetali, con Lincoln Taiz dell'Università della California in testa, ha pubblicato su Trends in Plant Science un articolo il cui titolo è già la tesi: le piante non possiedono né hanno bisogno di coscienza. L'argomento è anatomico: la coscienza, negli animali, richiede una rete di neuroni con una certa complessità, e le piante non ne hanno una; i segnali elettrici delle piante sono lenti, poco specializzati e servono a coordinare, non a rappresentare: un potenziale d'azione in una mimosa viaggia a pochi centimetri al secondo, quello di un nervo umano a decine di metri, e la differenza di velocità è un indizio della differenza di funzione. Gli autori aggiungono che le radici non sono un cervello capovolto, come si legge a volte, ma tessuti che crescono e percepiscono senza un centro. Alla domanda se è vero che le piante sono intelligenti rispondono che è la domanda a essere posta male. Gli autori non negano che le piante risolvano problemi, negano che sia utile chiamare intelligenza quello che fanno, perché la parola porta con sé idee, scopi e volontà, che nella pianta non ci sono. Come le piante scambiano informazioni senza pensare sta nell'articolo su è vero che le piante sono intelligenti e come comunicano tra loro.
Che cosa non è dimostrato, e che cosa non esiste
Non è dimostrato che le piante abbiano memoria oltre l'abituazione: la mimosa ricorda per settimane di non reagire a una caduta, e questo è tutto. Non è dimostrato che sentano dolore, che riconoscano le persone, che rispondano alla musica in modo diverso dal rumore, che preferiscano una voce a un'altra; per ciascuna di queste cose esistono esperimenti piccoli, non ripetuti, o fatti in televisione. Chi vuole sapere se è vero che le piante sono intelligenti con un numero resta deluso: non esiste una misura dell'intelligenza vegetale confrontabile fra specie, e non esiste una definizione condivisa su cui misurarla. Chi cerca un numero non lo trova, e chi lo dà lo ha inventato.
Una parola larga o una parola stretta
Le piante percepiscono, rispondono, si abituano e coordinano parti lontane senza un centro. Se questo è intelligenza, è vero che le piante sono intelligenti, e lo sono da quattrocento milioni di anni senza che ce ne accorgessimo; se intelligenza vuol dire pensare, no, e gli otto fisiologi del 2019 hanno ragione a chiedere un'altra parola. La cosa che vale la pena tenere è il fatto, non l'etichetta: una pianta risolve i suoi problemi con mezzi che non abbiamo ancora finito di capire.
