Il Ginkgo biloba è l'unico superstite di un'intera famiglia di piante, le Ginkgoaceae, che al tempo dei dinosauri contava numerose specie sparse in tutto l'emisfero settentrionale. Ha attraversato i periodi più turbolenti della storia del pianeta, inclusa l'estinzione di massa di 66 milioni di anni fa. Le ultime popolazioni spontanee sopravvivono in Cina, nella provincia dello Zhejiang; l'Occidente lo conobbe solo fra Sei e Settecento, quando il medico Engelbert Kaempfer, al servizio della Compagnia olandese delle Indie, lo descrisse nei giardini dei templi giapponesi. Da allora ha conquistato Europa e America, dove oggi rappresenta un testimone vivente di epoche perdute.
I paleobotanici lo definiscono un fossile vivente. Non perché sia morto e conservato nel minerale, ma perché mantiene le caratteristiche morfologiche di specie che vivevano accanto ai dinosauri, mentre tutto il resto della sua famiglia si è estinto completamente. La forma delle foglie a ventaglio, la fecondazione per mezzo di spermatozoi mobili — un tratto arcaico che oggi condivide soltanto con le cicadi — e persino la composizione chimica dei suoi tessuti non hanno subito cambiamenti sostanziali da decine di milioni di anni.
Arrivato in Europa nel Settecento, il Ginkgo affascinò i naturalisti per una ragione evidente: sembrava un albero esotico quasi privo di insetti parassiti. Gli studi successivi hanno chiarito il motivo: le sue foglie contengono ginkgolidi e acidi ginkgolici, sostanze che scoraggiano insetti e funghi. È una delle ragioni per cui il Ginkgo regge bene anche l'aria delle città e viene piantato come albero stradale.
Il nome scientifico Ginkgo biloba deriva da una traslitterazione giapponese della parola cinese "yinxing", che significa letteralmente "albicocca d'argento". Così chiamavano i semi, che in questo albero non sono racchiusi in un frutto vero — il Ginkgo è una gimnosperma — ma in un tegumento carnoso. Marcendo, quel tegumento emana un odore sgradevole di burro rancido: per questo negli spazi pubblici europei si mettono a dimora quasi soltanto esemplari maschili. I semi, inoltre, vanno cotti e consumati in piccole quantità: crudi o in dose abbondante contengono ginkgotossina e possono provocare intossicazioni, soprattutto nei bambini.
La presenza del Ginkgo nei giardini europei segue un percorso ben documentato. Intorno al 1730 il primo esemplare europeo fu messo a dimora nell'orto botanico di Utrecht, dove si trova ancora. Da lì si diffuse lentamente: nel 1762 arrivò a Kew, presso Londra, e alla fine degli anni Ottanta del Settecento a Parigi, dove è tuttora conosciuto come l'albero dai quaranta scudi. Nel corso dell'Ottocento, mentre i cacciatori di piante europei scandagliavano le montagne asiatiche, il Ginkgo si affermò come simbolo di una nuova estetica: non la pianta rara da collezione, ma la pianta che parlava di un passato lontanissimo, che rendeva il giardino un luogo di contemplazione del tempo.
Memoria e sostanze antiossidanti
La medicina cinese tradizionale ha usato per secoli i semi del Ginkgo, non le foglie, e soprattutto per disturbi respiratori. L'associazione fra Ginkgo e memoria è invece recente: nasce in Europa negli anni Sessanta del Novecento, quando furono messi a punto gli estratti standardizzati di foglie, ricchi di flavonoidi e terpenoidi.
Quegli estratti sono stati oggetto di studi clinici per decenni, con risultati contrastanti: i grandi studi condotti sulla prevenzione del declino cognitivo non hanno mostrato benefici significativi. L'estratto interferisce inoltre con i farmaci anticoagulanti e aumenta il rischio di sanguinamento, quindi non è un integratore innocuo. Nel giardino il Ginkgo resta un albero straordinario; come rimedio è tutt'altra questione.
Le foglie di Ginkgo contengono anche ginkgolidi e bilobalidi, molecole uniche nel regno vegetale, assenti in qualsiasi altra specie botanica vivente. Questa particolarità chimica rafforza ancora di più il legame con il passato: sono molecole già presenti quando questi alberi popolavano le foreste del Giurassico. Sopravvivono perché il Ginkgo è sopravvissuto.
Coltivare un Ginkgo in vaso o in giardino richiede pazienza e spazio. È un albero longevo che non gradisce ristagni idrici, preferisce terreni ben drenati e una posizione soleggiata. In autunno le sue foglie a ventaglio si trasformano in oro intenso, un colore che nessun'altra pianta produce con tale purezza. Questo fenomeno è dovuto alla rapida degradazione della clorofilla e alla permanenza dei carotenoidi, gli stessi pigmenti che colorano le carote.
L'eredità nel giardino moderno
Oggi il Ginkgo biloba popola i giardini botanici europei e le piazze di molte città come Londra, Berlino e Milano. Non rappresenta soltanto una curiosità paleobotanica, ma un ponte consapevole tra il nostro presente e un mondo perduto. Ogni foglia che cresce da un ramo è una foglia che avrebbe potuto crescere in un bosco del Cretaceo superiore.
Il suo arrivo in Europa riflette uno dei capitoli più affascinanti della storia della botanica: il momento in cui la scienza occidentale iniziò a comprendere che il mondo vivente conservava testimonianze dirette del passato, non soltanto nei fossili di pietra, ma nelle piante ancora respiranti nei giardini e negli orti. Il Ginkgo insegna che la memoria non è soltanto una capacità del cervello umano, ma una proprietà della materia vivente stessa, capace di mantenere traccia di forme e strutture attraverso centinaia di milioni di anni.
Piantare un Ginkgo significa coltivare un testimone. Significa invitare nel proprio spazio un albero che ha attraversato l'estinzione dei dinosauri, gli ultimi rifugi delle foreste primordiali, i giardini dei monaci buddhisti, le rotte commerciali olandesi, i vivai londinesi dell'Ottocento, e infine il vaso o la terra del nostro balcone o orto. È un gesto che ridimensiona il presente e restituisce dignità al passato remoto, ogni volta che lo sguardo si posa sulle sue foglie d'oro.
