Il glicine sulle ville storiche italiane non è una decorazione casuale. È una scelta di paesaggio che richiede anni per manifestarsi e decenni per integrarsi completamente nella struttura. Chi coltiva glicine su un muro antico lo sa: da una pianta innestata i primi grappoli arrivano al terzo o quarto anno, i tralci diventano legnosi intorno al quarto, e solo dopo la quinta stagione la rampicante abbandona il suo aspetto fragile per acquisire quella massa di legno e foglia che caratterizza il glicine maturo delle ville venete e toscane. Da una pianta nata da seme, invece, la prima fioritura può arrivare dopo dieci o quindici anni: è il motivo per cui in vivaio si comprano solo piante innestate o propagate per margotta.
Quale glicine per quale muro
Il glicine che ricopre le ville storiche è quasi sempre Wisteria sinensis, originario della Cina e introdotto in Europa nel 1816, o più raramente Wisteria floribunda, dal Giappone, arrivato pochi decenni dopo. La differenza non è solo visiva. Il glicine cinese fiorisce prima, tra fine marzo e aprile, con grappoli corti i cui fiori si aprono quasi tutti insieme, e i suoi tralci si avvolgono al supporto in senso antiorario. Il glicine giapponese fiorisce più tardi, tra aprile e maggio, ha grappoli molto più lunghi i cui fiori sbocciano in sequenza dal basso verso l'alto, e si avvolge in senso orario: è il modo più semplice per distinguerli anche fuori stagione.
Su un muro in laterizio antico, su una facciata in pietra dolce, su intonaci affrescati, la scelta conta. Va detto subito che il glicine non è un'edera: non ha radici aeree né ventose e non si attacca da solo alla parete. Si arrampica avvolgendo i propri tralci attorno a qualunque cosa gli capiti a tiro, e la sua forza non sta nell'aderire ma nello stringere: un tralcio che passa dietro una grondaia, dentro una persiana o in una fessura, ingrossandosi, la deforma o la spacca. Il glicine cinese è il più vigoroso dei due; su muri indeboliti o su facciate dove l'intonaco già si scrosta, il giapponese avanza più lentamente e lascia più margine alla manutenzione.
Come il glicine trasforma il muro
Non è retorica affermare che il glicine trasforma il muro fin dai primi anni. I tralci giovani, sottili e flessibili, si infilano ovunque trovino un vuoto: giunti aperti, intonaco screpolato, spazi dietro i pluviali e sotto i coppi. Finché restano sottili non fanno danno; il problema arriva dopo, quando lo stesso tralcio raggiunge il diametro di un braccio e continua a ingrossare in uno spazio che non può allargarsi. È lì che si aprono le crepe, ed è il motivo per cui il glicine su un edificio storico si governa con la potatura molto più che con l'ancoraggio.
In estate la facciata coperta di glicine resta più fresca, ma non perché il muro evapori: l'acqua traspira dalle foglie, e a fare la differenza è soprattutto l'ombra del fogliame, che intercetta la radiazione prima che raggiunga l'intonaco. La superficie schermata resta più fresca di diversi°C rispetto a una parete esposta al sole diretto, e la protezione dai raggi ultravioletti prolunga la vita dell'intonaco. In compenso il fogliame trattiene l'umidità contro il muro e rallenta l'asciugatura dopo la pioggia, il che favorisce licheni e muschi. Su ville con muri a nord o in zone umide il glicine richiede monitoraggio costante per evitare il degrado biologico.
Ancoraggio solido e strutture di supporto
Il glicine maturo pesa. Una pianta che ricopre una facciata di quaranta metri quadri accumula centinaia di chilogrammi di legno e fogliame. Questo peso non grava sul muro per adesione, come accade con l'edera, ma scarica per intero sui supporti attorno a cui i tralci si sono avvolti. Su una villa storica l'ancoraggio deve essere pianificato prima di piantare.
Le strutture tradizionali sono i fili di acciaio zincato, tesi orizzontalmente tra ganci in acciaio inox fissati nel muro. Il diametro del filo deve essere almeno tre millimetri, meglio quattro su facciate ampie. I ganci, posizionati ogni cinquanta centimetri in verticale e ogni quaranta in orizzontale, distribuiscono il peso in modo uniforme. Su murature meno robuste i tasselli vanno affondati di più, almeno otto centimetri, e devono trovare la muratura piena e non fermarsi nell'intonaco, per evitare che il peso del glicine maturo stacchi porzioni di parete.
Una soluzione meno invasiva è il supporto in legno: un telaio di assi di castagno o rovere, distanziato dal muro di almeno cinque o dieci centimetri, che consente all'aria di circolare tra la parete e la pianta e tiene i tralci lontani dall'intonaco. Il legno va controllato ogni dieci anni circa, ma il contatto diretto tra tralci e muro si riduce quasi a zero.
Potatura: il gesto che definisce l'aspetto
Il glicine non potato diventa una massa caotica di rami che si incrociano e si soffocano, e smette anche di fiorire bene. Su una villa storica, dove l'estetica è parte della conservazione, la potatura è un lavoro programmato.
La prima potatura avviene tra luglio e agosto, dopo la fioritura. Si accorciano i tralci dell'anno a cinque o sei foglie e si eliminano quelli che si allontanano dal supporto o che puntano verso finestre, grondaie e coppi. È questa potatura estiva a costruire i rametti corti, gli speroni, su cui si formeranno le gemme a fiore dell'anno successivo: saltarla è la causa più comune di un glicine tutto foglie. Un glicine giovane, nei primi tre anni, tollera potature drastiche: se un ramo cresce in direzione sbagliata, eliminarlo del tutto non danneggia la pianta. A partire dal quinto anno, quando il legno principale ha raggiunto lo spessore di due o tre centimetri, i tagli grossi vanno evitati: guariscono lentamente e il legno può marcire internamente.
La seconda potatura avviene a febbraio, prima del risveglio. Si riprendono gli stessi rametti già accorciati in estate e si riducono a due o tre gemme dalla loro base, non dal suolo, e si elimina il legno morto o malato. Le gemme a fiore si riconoscono perché sono tonde e grosse, quelle a legno perché sono sottili e appuntite: basta guardarle per capire dove fermare le forbici. Su una villa dove il glicine copre una facciata verticale, questa potatura invernale definisce il contorno della pianta e prepara la fioritura.
Fioriture variabili e fattori che le influenzano
Il glicine può fiorire generosamente uno o due anni e poi stentare l'anno seguente. Questo comportamento, frustrante per chi aspetta la fioritura, dipende da una combinazione di fattori. L'eccesso di azoto nel terreno, soprattutto se la villa è circondata da prati e aiuole concimati di frequente, stimola la crescita fogliare a spese della fioritura: un glicine ben nutrito in azoto produce rami vigorosi e pochi fiori. Il potassio, al contrario, la favorisce.
La seconda causa, molto più frequente del clima, è la potatura sbagliata o assente: chi taglia alla cieca in primavera asporta proprio i rametti che portano le gemme a fiore. Il freddo invernale non è invece un fattore limitante alle nostre latitudini: il glicine fiorisce benissimo anche a Palermo e sulla riviera ligure, e una fioritura scarsa al Sud dipende quasi sempre dalla concimazione, dalla potatura o dall'età della pianta, non dagli inverni miti.
Conta anche l'umidità del terreno al momento della fioritura: se il suolo è troppo secco mentre i grappoli si aprono, i fiori restano piccoli e cadono presto. Una siccità marcata in piena estate, quando si differenziano le gemme, si paga invece con una fioritura scarsa la primavera successiva.
Proteggere la storia mentre si coltiva il presente
Su una villa dove l'architettura risale al Seicento o all'Ottocento, il glicine non è semplicemente una pianta ornamentale. È un intervento permanente sulla facciata. Prima di piantare vale la pena consultare un restauratore, soprattutto se il muro porta affreschi, decorazioni in stucco o intonaci dipinti. Un glicine cresciuto contro un intonaco affrescato può richiedere, decenni dopo, interventi che comportano lo smontaggio e il riancoraggio dell'intera pianta.
Su molte ville storiche tutelate il glicine è stato piantato decenni fa, quando le norme sulla conservazione erano meno stringenti. Oggi queste piante fanno parte del paesaggio storico della villa, ma richiedono monitoraggio costante. I tralci infilati nei giunti di malta antica, ingrossandosi, allargano le crepe. L'umidità che ristagna sotto il fogliame può favorire il distacco dell'intonaco. E una potatura troppo aggressiva scopre di colpo porzioni di muro rimaste protette per decenni, esponendole al gelo e alla pioggia battente.
Da dove partire: impianto e primi anni
Prima dei consigli operativi, un avvertimento: i semi e i baccelli del glicine sono tossici. Contengono wisterina e lectine, e ne bastano pochi per provocare vomito, dolori addominali e diarrea in un bambino; anche cani e gatti ne risentono. I baccelli maturi si aprono a fine estate proiettando i semi anche a diversi metri di distanza, quindi vanno raccolti da terra se in giardino ci sono bambini o animali, oppure eliminati recidendo i fiori sfioriti prima che allegino.
Piantare glicine su un muro antico richiede preparazione. La buca deve essere profonda almeno sessanta centimetri e larga almeno un metro. Va tenuta a non meno di trenta centimetri dal muro, sia per non interferire con le fondazioni sia perché al piede di una parete la terra resta al riparo dalla pioggia e si asciuga prima. Il terriccio va mescolato con compost maturo e sabbia per migliorare il drenaggio.
Il glicine non si moltiplica in un bicchiere d'acqua: i tralci messi a radicare così marciscono e basta. In vivaio si propaga per innesto su semenzale, oppure per margotta e propaggine, cioè piegando a terra un tralcio dell'anno, incidendolo e ricoprendolo di terra fino a fargli emettere radici, operazione che si fa in primavera e dà una pianta staccabile l'autunno successivo. Restano possibili le talee semilegnose prelevate in luglio, ma vogliono ormone radicante, substrato sterile e umidità costante, e attecchiscono in percentuale bassa. Nel primo anno dopo la messa a dimora il glicine giovane va innaffiato regolarmente, soprattutto se l'estate è secca. Nel secondo anno, quando ha raggiunto l'altezza del primo filo, si comincia a guidarlo lungo il supporto.
Per chi vuole iniziare subito la soluzione più rapida, e anche la più sicura, è acquistare una pianta innestata di due o tre anni già in vaso, verificando che sia innestata e non di semenzale: si riconosce dal nodo ingrossato alla base del fusto. Si mette a dimora in autunno o a fine inverno, si guida lungo il supporto e si lascia crescere due o tre stagioni prima di aspettarsi una fioritura abbondante.
Il primo intervento: cosa fare ora
Se stai pianificando un glicine su un muro storico, il primo intervento non riguarda la pianta ma il muro. Guarda la facciata in inverno, quando è nuda: individua i giunti aperti, l'intonaco che suona a vuoto, i pluviali e le persiane che un tralcio potrebbe raggiungere, e fai sistemare quello che va sistemato prima di piantare, non dopo. Poi decidi il disegno, monta i fili o il telaio, e solo allora metti a dimora, in autunno o a fine inverno, una pianta innestata di due o tre anni, con la buca a trenta centimetri dal muro. Il resto è potatura: due volte l'anno, per i decenni a venire.
