Il glicine che cresce in un parco bolognese ha radici che non affondano solo nella terra, ma in una storia commerciale che inizia dal Giappone e dalla Cina, attraversa l'Europa del Settecento e arriva ai viali alberati della città emiliana nei primi anni dell'Ottocento. Qui, quello che era un segreto dei giardini orientali diventa l'ornamento preferito delle ville signorili, poi dei parchi pubblici. Quale pianta rampicante ha conquistato Bologna in questo modo? La Wisteria sinensis, chiamata comunemente glicine, che oggi fiorisce ogni primavera sui pergolati e sulle strutture in ferro costruite oltre cento anni fa.
L'arrivo dall'Asia e le prime coltivazioni europee
Nel 1816 il glicine cinese arriva in Inghilterra sulle navi della Compagnia delle Indie, spedito da Canton: sono i primi esemplari a fiorire in Europa, e i botanici londinesi restano colpiti da quei lunghi grappoli profumati. Il nome del genere arriva due anni dopo, dall'altra parte dell'oceano: nel 1818 il naturalista Thomas Nuttall lo dedica a Caspar Wistar, professore di anatomia a Filadelfia, che con la botanica c'entrava poco. Il nome gli è rimasto per due secoli.
Dall'Inghilterra la pianta si diffonde in fretta nei vivai del continente, e nella seconda metà dell'Ottocento è già di casa nei giardini italiani, dove si rivela sorprendentemente adatta al clima. Il glicine giapponese, Wisteria floribunda, dai grappoli più lunghi e dalla fioritura leggermente più tardiva, arriverà poco dopo.
Nei parchi bolognesi: il glicine diventa monumento
A Bologna il glicine trova condizioni favorevoli: estati calde, umidità primaverile, suoli profondi. L'unico limite è il calcare, di cui i terreni della pianura emiliana non sono avari: dove abbonda, le foglie del glicine ingialliscono tra le nervature, perché il pH alto blocca l'assorbimento del ferro, e serve un apporto di chelati per rimetterle a posto. Superato quello scoglio, la pianta può vivere due secoli senza perdere vigore. I giardinieri della città capiscono subito che il glicine non è una semplice rampicante: è uno strumento di architettura verde.
Nelle ville aristocratiche prima, poi nei parchi pubblici, il glicine viene allevato su strutture di ferro battuto. Pergolati, archi, colonnati costruiti tra il 1880 e il 1920 diventano lo scheletro su cui la pianta crea una parete fiorita che cambia colore ogni maggio. Alcuni di questi esemplari hanno oggi più di cento anni.
Quello che sorprende chi cammina per i viali bolognesi non è solo la bellezza della fioritura.
È la consapevolezza che questa pianta condivide la memoria della città con chi la osserva. Ha visto Bologna crescere, ha subìto l'invasione di insetti parassiti, ha sopravvissuto agli anni del dopoguerra quando molti giardini furono abbandonati. Continua ancora a fiorire.
La biologia di una pianta longeva
Il glicine resiste perché possiede una struttura biologica adatta alla longevità. La sua corteccia si ispessisce nel tempo, i tralci lignificano fino a diventare tronchi ritorti, e il sistema radicale crea una rete sotterranea che ancora la pianta al suolo con una forza che aumenta ogni anno. A differenza di molte piante ornamentali il glicine non muore di vecchiaia: se ne va per marciumi radicali, per malattie non curate o per potature sbagliate che lo tagliano alla base. Il freddo dei nostri inverni non lo spaventa, visto che regge senza danni temperature ben sotto lo zero.
In primavera il glicine di Bologna produce fiori doppi o semplici, a seconda della varietà coltivata. La fioritura inizia dai nodi più vecchi, quelli vicino al tronco, e procede verso i germogli più giovani. Questa progressione permette una fioritura continuata di tre, quattro settimane. Le api e i bombi diventano i compagni di questa festa.
La manutenzione nascosta dietro ogni fioritura
Pochi sanno che un glicine secolare richiede una potatura consapevole, e che se ne fanno due all'anno: in agosto si accorciano i tralci lunghi dell'anno lasciando cinque o sei gemme, in inverno si torna sugli stessi rami riducendoli a due o tre gemme, quelle che daranno i grappoli. È da lì che nasce la fioritura, dagli speroni corti sul legno vecchio, e non dai tralci lunghi che il glicine produce a decine per arrampicarsi. Un glicine abbandonato si trasforma in una giungla impenetrabile in pochi anni. Per questo, i glicini dei parchi cittadini rappresentano non solo una eredità botanica, ma un impegno di manutenzione che si trasmette da una generazione di giardinieri all'altra.
Oggi: conservazione e riscoperta
Negli ultimi anni è cresciuta l'attenzione per gli alberi storici delle città, e i glicini più vecchi rientrano in quel patrimonio: mapparli e censirli è il primo passo per conservarli mentre continuano a vivere e a fiorire, senza trasformarli in pezzi da museo. Una cosa da sapere se sotto quei pergolati giocano dei bambini: i baccelli e soprattutto i semi del glicine sono tossici, e bastano pochi semi ingeriti per provocare vomito e forti dolori addominali. I fiori caduti non sono un problema, i frutti sì, e vanno raccolti.
Il glicine che cresce nei parchi bolognesi racconta di una fase storica particolare: quando l'Europa scopre le piante dell'Asia e le trasforma in simboli di bellezza urbana. Quando un rampicante che prosperava nei templi giapponesi diventa ornamento dei pergolati delle città europee. Quando il tempo stesso diventa parte della bellezza: non solo il fiore che sboccia una volta all'anno, ma la spessa corteccia che testimonia cent'anni di primavere consecutive.
Chi cammina oggi sotto un glicine in fiore nei parchi bolognesi calpesta la stessa terra che ha nutrito quella pianta per generazioni. Respira lo stesso profumo che colpì i botanici europei quando la pianta arrivò dall'Oriente, due secoli fa. Continua una storia che non finisce con il tramonto di un singolo fiore, ma che prosegue, anno dopo anno, nella memoria viva di una pianta che ancora non ha deciso di morire.
