Nel giardino della casa colonica di Villagrande Strisaili, a settecento metri, alle pendici del Gennargentu, la signora Giovanna raccoglie le bacche di mirto ancora umide di rugiada. È dicembre, le piante sono cariche di frutti neri come l'ebano, e lei, come ha fatto sua nonna prima di lei e sua madre prima ancora, li trasforma in un liquore che profuma di resina e di sardità. Non sono gesti teatrali: qui il mirto non è una curiosità turistica. È semplicemente quello che si coltiva, quello che si sa fare, quello che si tramanda. È la memoria che cresce nel terreno.
Il mirto comune, Myrtus communis L., appartiene alla famiglia delle Myrtaceae ed è spontaneo in tutto il bacino del Mediterraneo, Sardegna compresa: non è una pianta importata e poi naturalizzata, come talvolta si legge, ma un elemento originario della macchia. Gli archeobotanici ne riconoscono tracce nell'isola da almeno tremila anni. La storia della Sardegna e quella del mirto sono intrecciate così strettamente che separare la pianta dalla cultura è quasi impossibile.
Durante l'epoca romana, il mirto era già presente nelle farmacie e nelle cucine dell'isola. I Romani lo usavano per la conservazione delle carni, per le proprietà astringenti e come base di profumi. Nel Medioevo, i monaci lo coltivavano negli orti dei conventi non solo per utilità, ma anche per il significato simbolico: il mirto rappresentava l'amore e la castità. In Sardegna, però, il ruolo della pianta andò oltre il misticismo: divenne parte strutturale della medicina popolare. Le donne sarde preparavano infusi dalle foglie per curare le infezioni delle vie urinarie, i disturbi digestivi, le ferite che non guarivano. Questo sapere passava da madre a figlia, senza libri, senza ricette scritte, solo con l'osservazione e la pratica. Agli inizi del Novecento, quando i liquori regionali iniziavano a diventare simboli di identità, il mirto sardo trovò il suo formato più riconoscibile: la bottiglia di mirto, un liquore ottenuto per macerazione delle bacche in alcol, non un distillato.
In Sardegna esistono due varietà principali di mirto comunemente coltivate: il tipo a bacche nere, di gran lunga il più diffuso, da cui si ricava il classico mirto rosso, e la varietà a bacche bianche (Myrtus communis var. leucocarpa), più rara, usata insieme alle foglie per il mirto bianco. Entrambi prosperano in terreni asciutti e ben drenati, su pendii rocciosi dove poche altre piante resisterebbero. Il mirto non ama i ristagni d'acqua e preferisce climi caldi, ma si adatta sorprendentemente bene alle variazioni. In Sardegna le bacche maturano fra novembre e gennaio, ed è in quel periodo che si raccolgono per il liquore. Le piante selvatiche possono raggiungere tre metri di altezza, mentre le coltivate rimangono più compatte. Le foglie sono piccole, coriacee, di un verde scuro brillante, e rilasciano un aroma inconfondibile quando strofinate: è uno dei profumi più caratteristici della macchia sarda, insieme a rosmarino e timo.
Le leggende che la scienza smentisce
Circolano diverse credenze sul mirto sardo che meritano di essere chiarite. La prima riguarda il liquore: molti sostengono che il mirto abbia proprietà digestive miracolose tali da permettere di consumare quantità eccessive di cibo. Non è così. Il mirto possiede effettivamente proprietà astringenti dovute ai tannini, ma il bicchierino dopo i pasti agisce soprattutto per abitudine e suggestione. L'alcol, per di più, la digestione non la favorisce affatto: la rallenta.
Un secondo mito sostiene che il mirto possa sostituire completamente i medicinali farmaceutici per le infezioni urinarie. Sebbene la tradizione sarda lo usi per questo scopo da secoli, e alcuni componenti delle foglie (acido gallico, polifenoli) abbiano proprietà antimicrobiche verificate, non bisogna affidarsi esclusivamente al rimedio popolare. Il mirto può accompagnare la terapia, non sostituirla: davanti a un'infezione conclamata serve il medico.
Una terza convinzione locale sostiene che il mirto selvatico sia sempre superiore a quello coltivato. In realtà, il mirto selvaggio accumula spesso più tannini, il che lo rende meno gradevole al palato. Le piante coltivate, selezionate nel tempo per la qualità del frutto, offrono frutti più dolci ed equilibrati dal punto di vista organolettico.
Come coltivarla con successo
- Esposizione e luce: scegliete un luogo completamente soleggiato. Il mirto fruttifica meglio con almeno sei ore di sole diretto al giorno. Se abitate nel Nord Italia, la posizione più calda del giardino è obbligatoria.
- Terreno e drenaggio: preparate un composto con prevalenza di sabbia, pomice o perlite. Il terreno deve essere poco fertile e molto drenante. In vaso, usate un substrato per piante mediterranee o createne uno mescolando poca torba, sabbia grossolana e ghiaia.
- Innaffiature: durante la stagione di crescita (primavera e inizio estate), innaffiate regolarmente ma lasciate asciugare tra un intervento e l'altro. In autunno e inverno, riducete drasticamente l'apporto di acqua. Il mirto tollera meglio la siccità che l'eccesso d'acqua.
- Potatura: effettuate una potatura leggera in primavera per mantenere la forma e stimolare la ramificazione. Rimuovete i rami morti o malati. Una potatura drastica compromette la fruttificazione dell'anno.
- Rinvaso e concimazione: cambiate il vaso ogni due anni in primavera, scegliendo un contenitore solo leggermente più grande del precedente. Non concimate eccessivamente: il mirto non ama i terreni ricchi. Un apporto di concime equilibrato una volta a inizio estate è sufficiente.
Coltivare il mirto significa anche capire che in Sardegna questa pianta non è una rarità da collezione. È una compagna di vita che continua a insegnare pazienza. Non cresce velocemente, non è spettacolare come altre piante da giardino, non richiede attenzioni estenuanti. Semplicemente, persiste. Fiorisce ogni anno con piccoli fiori bianchi che profumano delicatamente. Produce le sue bacche nere che gli uccelli beccano avidamente se non le raccogliete prima. Rallenta in inverno, ma ritorna. Genera radici forti nel vostro terreno. Dice poco, ma non se ne va.
La storia del mirto sardo è la storia di una simbiosi che ha retto tremila anni senza necessità di marketing, senza certificazioni di origine, senza storie da raccontare a turisti. È semplicemente quello che cresce, quello che si raccoglie, quello che si beve alla fine di un pasto importante. Nel giardino di Giovanna, sul Gennargentu, il mirto non è il protagonista della scenografia: è solo una presenza, solida e silenziosa, che ha visto passare le generazioni e continuerà a vederle passare ancora.