In uno degli orti più vecchi della provincia di Imperia, dietro le case di Diano San Pietro, cresce un nespolo che ha almeno quaranta anni. Non è stato piantato di proposito per la sua fruttificazione, ma per il suo legno resistente e per l'abitudine della nonna di coglierli a maggio, quando i frutti assumono quel colore arancio intenso che nei mercati locali non si vede più. L'albero non ha mai ricevuto potature scientifiche, né concimi specifici. Accanto ci sono pomodori, basilico, qualche rosa. A inizio maggio, quando le giornate diventano calde, il nespolo entra nel suo momento: i frutti già formati durante l'inverno si gonfiano, la buccia si fa sottile, la polpa dolce pronta alla raccolta. Questo è ciò che distingue il nespolo del Giappone da quasi tutti gli altri alberi da frutto: sboccia quando gli altri dormono, matura quando gli altri stanno ancora fiorendo.

Il nespolo del Giappone, nome scientifico Eriobotrya japonica, appartiene alla famiglia delle Rosaceae, la stessa di mele, pere e ciliegie. La confusione sul nome è frequente: in Italia il nespolo comune, quello che cresce spontaneo nelle siepi, è l'Azarolus o Crataegus azarolus, una pianta completamente diversa. Il nespolo giapponese è stato importato in Europa nel Settecento dai mercanti britannici, ma ha trovato davvero casa soltanto nei climi mediterranei, dove il suo ciclo biologico straordinario permette alla pianta di florescere in pieno inverno senza soffrire il freddo, almeno fin quando le temperature non scendono sotto i 12 gradi negativi. Oggi è praticamente assente dai cataloghi commerciali moderni, relegato ai giardini privati, agli orti delle vecchie case, ai luoghi dove il tempo non ha fretta. La storia della pianta in Italia merita di essere riscoperta, perché racconta come una specie utile può scomparire dal mercato non per motivi biologici, ma per ragioni di convenienza e di moda agricola.

Il nespolo del Giappone arriva in Europa nel Settecento tramite i porti britannici, dove gli scambi commerciali con il Giappone avevano iniziato a portare semi e giovani piante. In Italia, prende piede soprattutto in Liguria, Toscana e Sicilia. Nel XIX secolo è ancora presente nei mercati regionali, apprezzato in particolare dalle popolazioni costiere che lo usano sia come frutto fresco che per la preparazione di marmellate. La medicina popolare mediterranea lo associa a proprietà digestive e diuretiche, benché non ci siano prove scientifiche robuste al riguardo. Nel Novecento, con l'industrializzazione dell'agricoltura e l'importazione massiccia di frutti tropicali, il nespolo finisce in secondo piano. Le cultivar coltivate dagli orti familiari non trovano mercato perché i loro frutti hanno una buccia fragile, difficile da trasportare e conservare. A differenza di mele e pere, che potevano stare al fresco per mesi, il nespolo deve essere mangiato fresco, nel giro di pochi giorni dalla raccolta. Per l'agricoltura moderna, tutto ciò rappresentava un difetto insormontabile.

Le varietà di nespolo del Giappone più diffuse in Italia sono la Tanaka, la Champagne e l'Enrica. La Tanaka produce frutti di medio calibro, con buccia giallo-arancio e polpa dolce, resistente alle spaccature; la Champagne è più precoce nella fioritura invernale, con frutti piccoli e aspro-dolci; l'Enrica è la più tardiva e raggiunge frutti più grossi e succosi. La coltivazione richiede poco, ma non è indifferente alla localizzazione. Il nespolo del Giappone ama i terreni ben drenati, leggermente acidi, esposto a sud o sud-ovest per catturare il massimo della luce invernale. Produce meglio nelle aree dove la temperatura invernale non scende regolarmente sotto i 10 gradi negativi. Nei climi del Centro-Nord, la produzione diventa sporadica perché le gelate tardive di marzo e aprile distruggono i fiori già sviluppati. In Sicilia, in Calabria e sulle coste tirreniche il nespolo invece prospera senza problemi, producendo annualmente.

I falsi miti sul nespolo giapponese

Circola spesso l'idea che il nespolo del Giappone sia una pianta delicata e difficile, adatta solo ai giardinieri esperti. Falso: è uno degli alberi da frutto più robusti che si possono coltivare in Italia, capace di resistere a periodi lunghi senza irrigazione regolare e praticamente immune alle malattie fungine comuni. Il suo vero limite non è la fragilità biologica, ma la fragilità commerciale dei frutti. Un secondo mito sostiene che i frutti siano acidi e immangiabili se non completamente maturi. Anche questo non regge: le migliori varietà sviluppate nel corso del secolo scorso hanno frutti dolci anche se colti a uno stadio di maturazione intermedia. Il problema è che in Italia non si è mai investito nella selezione varietale moderna come è accaduto in Giappone, dove esistono cultivar coltivate intensivamente con frutti eccellenti. Un terzo malinteso riguarda la necessità di molteplici piante per l'impollinazione: il nespolo del Giappone produce benissimo con una sola pianta, grazie alla sua capacità di autoimpollinarsi. Questo lo rende ideale per il piccolo orto domestico.

Come coltivarla con successo

A fine maggio, quando il nespolo ha finito la sua fruttificazione, l'albero ritorna silenzioso. Non produce altri frutti fino all'anno seguente. Per questo motivo non attira l'attenzione dell'agricoltura commerciale, che ha bisogno di colture continue, di raccolta su raccolta durante la stagione. Ma per chi ha uno spazio, anche piccolo, il nespolo del Giappone offre qualcosa che i supermercati non vendono più: il piacere di raccogliere un frutto quando è il suo momento, quello che la natura ha stabilito per lui, senza compromessi con la logistica e la conservazione. Una pianta dimenticata non è una pianta senza valore. A volte è semplicemente una pianta la cui utilità non coincide con i tempi nostri.