È una mattina di fine settembre quando si entra nel Parco del Valentino dal cancello principale di Corso Massimo d'Azeglio. Gli ippocastani spargono le loro castagne sulle ghiaie, e il profumo di foglie bagnate di rugiada sale dalle aiuole. Un anziano con il cane racconta che sua nonna veniva qui con i nonni negli anni Venti, portando i bambini a vedere i cigni sul Po. Oggi, come allora, il parco rimane un giardino dove il tempo sembra scorrere secondo ritmi diversi dalla città. Non è uno spazio selvaggio né completamente addomesticato: è quella forma particolare di equilibrio che i giardinieri dell'Ottocento sognarono e costruirono, dove la natura appare "governata dalla mano leggera dell'uomo", come scrisse uno dei proprietari del Castello del Valentino nel 1837.
Il Parco del Valentino non ruota attorno a una singola pianta, ma al concetto di giardino romantico che l'Ottocento torinese fece suo. In questo contesto, tuttavia, il protagonista botanico è un insieme di specie arboree che caratterizzano ancora oggi l'identità visiva del luogo: gli ippocastani comuni (Aesculus hippocastanum), le querce da sughero (Quercus suber), i tigli (Tilia x europaea), i frassini (Fraxinus excelsior) e gli aceri (Acer pseudoplatanus). Queste piante, selezionate dai giardinieri del periodo per le loro proprietà estetiche, la longevità e la capacità di creare effetti paesaggistici specifici, formano il palinsesto verde del parco. La loro storia è la storia stessa di come Torino, capitale sabauda e poi primo capitale d'Italia, volle rappresentarsi agli occhi dei propri cittadini e dei visitatori stranieri.
L'ippocastano arriva in Europa dall'Oriente nei secoli XVI-XVII, importato dalla Turchia attraverso Vienna. In Italia, diffonde largamente nel Settecento, ma è l'Ottocento che lo elegge a simbolo dei giardini pubblici romantici. Torino lo scopre ufficialmente durante i primi decenni dell'800, quando il Parco del Valentino assume la forma che riconosciamo oggi. Il progetto risale al 1856, anno in cui l'ingegnere Andrea Balzaretti inizia il restyling dello spazio, trasformandolo da semplice orto esterno del castello in parco pubblico. Non è casualità che la scelta botanica cada su alberi che incarnano il romanticismo europeo: il Valentino comincia a diventare quello che sarà per cento anni, cioè lo spazio dove la borghesia torinese e la corte passeggiavano leggendo le stesse riviste letterarie parigine che esaltavano la natura "selvaggia ma ordinata". Nel 1857, il parco ospita già settemila visitatori al mese. L'ippocastano con i suoi fiori bianchi in primavera e le castagne in autunno diventa il compagno botanico delle passeggiate pomeridiane, insieme al tiglio dai fiori profumati e alla quercia che trasmette solidità storica.
Ogni albero del Valentino ha una cultivar, una storia di provenienza. L'ippocastano comune porta in sé la memoria della selva balcanica, ma anche delle scuderie imperiali austriache dove veniva piantato per l'ornamento. Le querce da sughero arrivano dal Mediterraneo occidentale, portando con sé la nostalgia dell'Italia meridionale che la capitale piemontese voleva includere nel proprio orizzonte nazionale. I tigli provengono dalle varietà mitteleuropee, scelti per l'ombra fitta e il profumo dei fiori che attirava gli insetti impollinatori. Queste piante prosperano nel clima continentale di Torino, dove gli inverni sono rigidi ma la primavera arriva veloce. Hanno bisogno di suoli fertili, come quelli che il Po deposita nelle sue sponde, e di spazi ampi dove le radici possono svilupparsi senza impedimenti. Il Valentino offre entrambe le condizioni, motivo per cui molti degli ippocastani originali dell'Ottocento vivono ancora oggi, radicati profondamente nei medesimi luoghi dove furono piantati centocinquanta anni fa.
I miti dell'ippocastano e il sapere popolare fuori bersaglio
Attorno all'ippocastano si concentra un nucleo di credenze che la tradizione popolare piemontese ha tramandato, non sempre con fedeltà ai fatti. La prima riguarda il "segreto curativo" delle castagne di ippocastano: in realtà, contengono escina, una saponina che ha proprietà lenitive su gonfiori e varici, ma non è affatto una cura universale come le nonne ancora sostengono. I rimedi popolari ne consigliavano l'uso contro tutti i mali circolatori, spesso con effetti modesti. La ricerca moderna ha confermato proprietà modeste e specifiche, non miracolose.
Il secondo mito sostiene che gli ippocastani prosperino dovunque, resistendo a qualsiasi condizione. Non è vero: sopportano il freddo invernale, ma soffrono se il terreno è troppo compatto o troppo umido. Nel Valentino prosperano perché il terreno è drenato e costantemente aerato dalle radici di altre specie. Se trapiantati in aiuole di città molto congestionate, spesso muoiono lentamente, senza che il passante se ne accorga.
Infine, esiste una credenza novecentesca secondo cui le castagne di ippocastano portino fortuna in tasca. Di origine incerta, probabilmente importata dall'America settentrionale (dove la superstizione esiste con la castagna nera dell'ippocastano americano), questa credenza non ha fondamento botanico ma attecchisce facilmente perché il frutto è piacevole da tenere in mano, rugoso e lucido.
Come coltivare l'ippocastano se avete spazio
- Esposizione: preferisce il sole pieno o la mezzombra. Nel Valentino gli ippocastani occupano le zone aperte e semiaperte dove ricevono almeno 6 ore di luce diretta.
- Terriccio e drenaggio: ha bisogno di suolo fertile, ben drenato, non troppo acido. Un pH attorno a 6,5-7,5 è ideale. Se il terreno tende al ristagno, migliorate il drenaggio aggiungendo sabbia e ghiaia.
- Annaffiatura: durante il primo anno dopo il trapianto, fornite acqua regolare senza inzuppare. Negli anni successivi, l'albero adulto si appaga dell'acqua piovana, salvo siccità prolungate.
- Potatura: limitatela al minimo. Rimuovete solo i rami malati o incrociati. Tagliate sempre dopo la fioritura, mai in primavera quando la linfa sale.
- Rinvaso e riproduzione: l'ippocastano in vaso rimane piccolo. Se volete coltivare esemplari da seme, raccogliete le castagne in autunno, stratificatele al freddo invernale e seminate in primavera in terriccio leggero.
Passeggiare nel Valentino in una giornata d'ottobre, quando gli ippocastani iniziano a perdere le foglie e il parco tinge di giallo e marrone le sue aiuole storiche, significa toccare con mano come l'Ottocento abbia lasciato tracce viventi di sé. Non sono soltanto alberi, ma testimonianze di una scelta estetica e politica che rispecchiava il desiderio di Torino di essere capitale di una nazione nuova. Gli stessi ragazzi che sotto questi alberi giocavano a pallone quando il Piemonte era appena nato, oggi non ci sono più, ma gli ippocastani rimangono, continuano a fiorire ogni primavera con la medesima violenza di cinquanta anni fa, continuano a spargere le castagne ogni autunno. È questa la bellezza del giardino romantico: non promette niente, non insegna niente, semplicemente permette che la storia e la natura respirino insieme.
