L'iperico, Hypericum perforatum, cresce spontaneo nelle colline della Toscana da sempre: è una specie nativa europea, non una pianta arrivata da fuori. È un'erba perenne dai fiori gialli e dagli steli sottili, che regge senza problemi la siccità estiva, e la si trova lungo i pendii assolati, tra le pietre, ai bordi delle strade bianche, dal livello del mare fino a oltre milleseicento metri. Fiorisce da giugno ad agosto, quando il sole toscano è più intenso. I contadini la cercavano perché la tradizione popolare ne tramandava proprietà considerate preziose, e i monaci la coltivavano negli orti dei monasteri.

Nel Medioevo, i monaci benedettini e francescani che abitavano i conventi sparsi per la Toscana conobbero bene l'iperico. Lo chiamavano erba di san Giovanni perché iniziava a fiorire intorno al 24 giugno, festa del santo patrono. In quegli orti monastici, dove la medicina moderna non esisteva e la sopravvivenza dipendeva da quello che la terra offriva, l'iperico aveva un ruolo preciso: veniva essiccato, conservato e utilizzato nei periodi difficili.

Il nome scientifico conserva il carattere con cui si riconosce la pianta a colpo sicuro. Se osservi una foglia di iperico in controluce, la vedi costellata di puntini traslucidi, come se fosse stata bucherellata con uno spillo: sono ghiandole oleifere immerse nel tessuto, che alla luce si comportano come minuscole finestre. Da lì viene l'epiteto perforatum, bucherellato. E se strofini un fiore o un bocciolo fra le dita, queste ti restano macchiate di rosso vino: è l'ipericina, uno dei suoi principi attivi, ed è la seconda prova che hai in mano un iperico vero e non una delle tante piante gialle che gli somigliano.

L'iperico non è mai stato una merce da rotte commerciali, come la vaniglia o la cannella. Era locale, disponibile, e proprio per questo entrava nelle economie domestiche invece che nei carichi delle navi: si raccoglieva dove cresceva, si essiccava in casa, si metteva a macerare nell'olio. Nelle campagne toscane la raccolta si faceva tradizionalmente attorno al solstizio, nei giorni di San Giovanni, e quell'abitudine è arrivata fino al Novecento inoltrato.

La notorietà vera, però, l'iperico l'ha conquistata molto più tardi. Nel 1996 il British Medical Journal pubblicò una revisione sistematica che metteva a confronto gli studi clinici allora disponibili sull'Hypericum, e da quel momento la pianta è entrata stabilmente nell'agenda della ricerca farmacologica, con decine di lavori dedicati ai suoi due composti principali, l'ipericina e l'iperforina. Non significa che la scienza abbia confermato le credenze medievali: significa che l'iperico aveva effettivamente qualcosa da dire al metodo scientifico, e che ha smesso di essere solo un'erba di campo.

Oggi in Toscana, chiunque cammini lungo i sentieri delle colline, specialmente nelle zone del Chianti, della Val d'Orcia e delle Crete Senesi, incontra ancora l'iperico che cresce spontaneo. Cresce dove altri non osano: nei pascoli abbandonati, tra i muri a secco, lungo le strade bianche. È una pianta testarda, che non chiede acqua regolare e che al riparo dell'ombra preferisce sempre il pieno sole. Per questo motivo è diventata un simbolo non detto della resilienza toscana: la capacità di prosperare anche in condizioni difficili.

Coltivare iperico in giardino

Portare l'iperico nel proprio giardino significa ripetere un gesto che i monaci toscani compivano cinquecento anni fa. La pianta ama i luoghi assolati e non teme il freddo invernale. Cresce su qualsiasi tipo di suolo, anche se preferisce terreni ben drenati, perché l'umidità eccessiva la rovina.

La moltiplicazione avviene per semina in primavera oppure per divisione dei cespi in autunno. Non richiede concimazioni né interventi particolari. Una volta attecchita supera gli anni asciutti e produce fiori ogni estate. Chi volesse essiccare i fiori e gli steli, come facevano i contadini toscani, dovrebbe raccogliere la pianta al mattino, quando l'aria è ancora fresca, e appenderla a mazzi in un luogo ventilato e al buio.

Prima di farne un uso qualsiasi, però, conviene leggere la nota in fondo a questo articolo: l'iperico è bello e facile da coltivare, ma come rimedio non è affatto un'erba innocua, e le sue interazioni con i farmaci sono numerose e serie.

Nel vaso del giardiniere contemporaneo, o nel solco della piccola aiuola in balcone, l'iperico continua a raccontare la storia delle colline toscane. Non è una pianta rara da catalogo, non è una scoperta di botanici vittoriani che l'hanno strappata a regioni esotiche. È una pianta che ha abitato l'Italia, che ha visto passare le stagioni dalle mura dei monasteri, che i contadini toscani conoscevano per nome.

L'iperico rimane quello che era quando i mercanti lo imballavano a Livorno. Una pianta ordinaria e straordinaria insieme. Ordinaria perché cresce dove nessuno la pianta, straordinaria perché ha attraversato il Medioevo, il Rinascimento e arriva fino a noi con una storia viva nelle sue foglie bucherellate.

Una nota sull'uso come rimedio. L'iperico non è un'erba qualsiasi: è la pianta officinale con le interazioni farmacologiche più numerose e meglio documentate che esistano. Attiva gli enzimi con cui il fegato smaltisce i farmaci e ne abbassa l'efficacia — riguarda anticoagulanti, antidepressivi, immunosoppressori, antiretrovirali, alcuni antiepilettici e la pillola anticoncezionale, che può smettere di funzionare. In più aumenta la sensibilità della pelle alla luce solare. Chi assume farmaci non dovrebbe prenderlo senza parlarne prima con il medico, e questo vale per gli integratori come per le preparazioni fatte in casa.