La camelia arrivò in Europa nel Settecento attraverso le rotte commerciali olandesi che collegavano l'Europa al Giappone. Non fu una scoperta casuale: botanici e collezionisti cercavano attivamente fiori nuovi dall'Estremo Oriente per arricchire i giardini europei. La pianta, che in Giappone era coltivata da secoli nei templi e negli orti privati, trovò nel clima temperato delle regioni settentrionali italiane condizioni ideali per la crescita. Oggi, i giardini attorno ai laghi Maggiore e Como conservano alcuni degli esemplari più antichi e prestigiosi d'Europa, testimoni di questa passione botanica che attraversa tre secoli.

Un fiore dal Giappone all'Europa del Settecento

Nel Settecento, il commercio tra le compagnie olandesi e il Giappone rappresentava uno dei canali principali attraverso cui nuove piante raggiungevano i giardini europei. La Compagnia Olandese delle Indie Orientali, la VOC, controllava il traffico marittimo e ne sfruttava ogni margine per il collezionismo botanico. Le camelie giapponesi, con i loro fiori simmetrici e colori intensi, catturarono subito l'attenzione dei giardinieri europei.

Nel 1739, la camelia era già coltivata in Europa, probabilmente nei giardini dei Paesi Bassi e in Inghilterra.

L'Italia non rimase esclusa da questo movimento. I giardini del Nord, specie quelli delle ville delle famiglie aristocratiche, iniziarono a ospitare le prime camelie. La pianta richiedeva cure specifiche: umidità costante, terreno acido, protezione dal gelo intenso. Non tutte le regioni italiane potevano offrire queste condizioni. Ma i laghi prealpini, con il loro microclima temperato e l'aria umida, si rivelarono ambienti eccezionali per la coltivazione.

I laghi prealpini: il rifugio ideale per la camelia

I laghi prealpini: il rifugio ideale per la camelia

Il lago Maggiore e il lago di Como creano zone di protezione naturale attorno alle loro sponde. Le acque profonde moderano le temperature invernali, evitando i rigori del gelo. L'umidità che sale dal lago mantiene l'aria fresca e umida durante l'estate, condizioni che le camelie apprezzano particolarmente. Inoltre, i terreni silicei di queste zone sono naturalmente acidi, compatibili con le esigenze della pianta.

Nel corso dell'Ottocento, mentre in altre parti d'Italia la camelia restava un'esotismo limitato ai giardini botanici, intorno ai laghi si sviluppò una vera tradizione collezionistica.

I giardini storici delle ville lacustri iniziarono a competere per varietà rare e importazioni dirette dal Giappone. Alcuni proprietari finanziavano direttamente le spedizioni di raccoglitori botanici in Giappone per ottenere cultivar inedite. La camelia divenne simbolo di status e raffinatezza, ma anche frutto di una passione scientifica genuina.

I nomi e le varietà che ancora coltivo

Le camelie giapponesi mantengono spesso i loro nomi di origine: Camellia japonica è la specie più comune, importata nel Settecento. Ma attorno ai laghi prosperano anche cultivar sviluppate localmente, frutto di decenni di selezione e ibridazione. "Tricolor", "Mathotiana", "Rubescens" sono nomi che rimandano all'Ottocento europeo, quando i vivaisti lombardi e piemontesi acclimatavano le piante giapponesi al gusto e alle condizioni locali.

Camellia sasanqua, una specie a fioritura autunnale, arrivò più tardi ma trovò grande favore nei giardini più rigidi.

Ciò che colpisce del paesaggio botanico odierno attorno ai laghi è la continuità. Le stesse camelie piantate nel Diciottesimo secolo crescono ancora, più grandi e affermati, negli stessi giardini. Alcuni esemplari hanno raggiunto l'altezza di un albero, segno che il clima lacustre favorisce una longevità rara nelle piante da fiore ornamentali.

La passione scientifica dietro il viaggio

Non si trattava di mera vanità estetica. Il movimento botanico europeo del Settecento e dell'Ottocento era alimentato dalla curiosità scientifica vera. I collezionisti studiavano la fisiologia delle piante, annotavano tempi di fioritura, esperivano metodi di propagazione. I giardini delle ville lacustri diventavano laboratori viventi dove il sapere agronomico e la ricerca scientifica avanzo di pari passo.

Questo contesto spiega anche il linguaggio binomiale che circonda le camelie: Camellia japonica, Camellia sasanqua, Camellia sinensis. Ogni nome scientifico riporta con sé un viaggio, una scoperta, una data precisa nel calendario della scoperta botanica europea.

L'eredità oggi nei vasi e nei giardini del lettore

Oggi, chiunque coltivi una camelia in Italia possiede un frammento di quella storia lunga tre secoli. Non è solo una pianta: è una memoria vivente delle rotte commerciali olandesi, dei collezionisti aristocratici del Settecento, dei botanici che hanno studiato come adattare una pianta giapponese al clima europeo. Il vaso sul balcone o il cespuglio nel giardino condivide una genealogia con gli esemplari monumentali che ancora fioriscono nei giardini storici lacustri.

Le camelie attorno ai laghi non prosperano per caso. Prosperano perché, due secoli e mezzo fa, qualcuno decise che quei fiori lontani meritavano il faticoso viaggio dall'Asia all'Europa, e che i giardini del Nord Italia meritavano di accoglierli. Quella decisione vive ancora nei petali rossi e rosa che sbocciano ogni inverno, quando la maggior parte delle altre piante dorme.