Entro in Piazza Sordello un pomeriggio di fine novembre, quando il sole radente colpisce i mattoni rossi della facciata del Duomo e le finestre dei palazzo Bonacolsi diventano d'oro. Una donna di una certa età, con una cartella sotto il braccio, cammina lungo il portico del palazzo Ducale. Non guarda in alto. Conosce questa piazza da sessant'anni: la scuola qui vicino, il lavoro in municipio, adesso la visita settimanale alla biblioteca. Per lei Mantova non è una destinazione turistica. È casa, con tutto ciò che significa: bellezza che non si guarda più, storia che non stupisce, problemi quotidiani che una foto su Instagram non risolve.
Mantova emerge dal Mincio come una città-isola, circondata d'acqua e da quella peculiarità urbanistica che la rende unica. È la città dei Gonzaga, il nome che ogni turista conosce ancora prima di varcarne i confini. Ma quale Gonzaga? Quale Mantova? Oggi, mentre scrivo da Urbino, mi trovo a riflettere su quanto sia diventato complesso raccontare una città rinascimentale senza cadere nel cliché della "perla d'arte" o del "gioiello del Rinascimento". Mantova merita uno sguardo più difficile, più onesto.
I Gonzaga governarono Mantova dal 1328 fino al 1707. Non erano nobili qualunque: erano letterati, mecenati, collezionisti. Luigi Gonzaga ospitò nella sua corte il poeta Virgilio ancora vivo (non è vero, Virgilio era già morto, ma la corte mantovana era famosa per il culto della classicità). Isabella d'Este, moglie di Francesco II, fondò uno dei più importanti studi letterari dell'Italia rinascimentale e fu mecenate di Mantegna. Andrea Mantegna visse a Mantova trentaseienne anni, dalla corte dei Gonzaga ricevette commissioni, protezione, stipendio. Le sue Camere degli Sposi nel Palazzo Ducale rimangono un miracolo di perspectiva e illusione ottica che oggi attira studenti, critici d'arte, curiosi da tutto il mondo. Ma qui si tocca un punto critico: siamo ancora in grado di guardare Mantegna senza la lente del turismo culturale, cioè senza l'idea precostituita che "questo deve essere bello e importante perché me lo ha detto la guida turistica"?
Mantova oggi conta circa 48.000 abitanti. È patrimonio UNESCO dal 2008, riconoscimento che ha portato visibilità internazionale ma anche conseguenze non sempre controllate. I dati del turismo municipale mostrano un flusso crescente, specialmente da marzo a ottobre. I tre piazze principali (Sordello, Broletto, Erbe) sono ormai punteggiati di tavolini di bar, alcuni davvero curati, altri che sembrano smarriti nel contesto storico. Il Palazzo Ducale con i Musei Civici rimane il fulcro: gli Appartamenti Ducali, la Galleria dei Quadri, la Corte Vecchia di Isabella. Il Palazzo Te, la residenza estiva gonzaghesca costruita da Giulio Romano, si trova a sud della città ed è oggi gestito da una fondazione con una propria politica espositiva contemporanea. Su questo punto i pareri tra i mantovani sono divisi: c'è chi apprezza gli sforzi di attualizzazione, chi vede il Palazzo Te come già abbastanza straordinario da stare da solo.
Quello che nessuno ti dice sul mito dei Gonzaga
Il primo errore che fanno i turisti arrivando a Mantova è pensare che la città sia completamente costruita nei secoli quindici e sedici. Non è così. Mantova ha subito bombardamenti nella Seconda guerra mondiale. Parti del centro storico furono ricostruite. Se cammini per le vie laterali, accanto a un palazzo rinascimentale perfettamente conservato troverai edifici del Novecento più o meno riusciti. Questo è reale, e in certi modi più interessante di una città completamente "perfetta" congelata nel passato.
Il secondo equivoco riguarda la vita dei Gonzaga stessi. La narrazione turistica li dipinge come mecenati illuminati, quasi disinteressati. In realtà erano politici spregiudicati, guerrieri, collezionisti ossessivi. Francesco II faceva raccogliere ogni opera d'arte disponibile; Isabella d'Este era una donna di grande cultura, sì, ma anche una raccoglitrice compulsiva che scriveva lettere disperate ai propri agenti chiedendo notizie di statue antiche introvabili. Erano potenti, non santi. Onestamente non sono sicura fino a che punto la storia ufficiale abbia smussato i loro lati più umani: le rivalità, i tradimenti, le scelte politiche pragmatiche e crudeli che ogni signoria italiana dovette affrontare per sopravvivere.
Come organizzare la visita a Mantova
- Arrivare: Mantova si raggiunge in treno da Milano (due ore e mezzo circa) o da Verona (cinquanta minuti). La stazione è fuori dal centro storico ma ben collegata da autobus. Se vieni in auto, parcheggia alla periferia e entra a piedi: la città non è grande e l'auto è inutile all'interno.
- Dove dormire: il centro storico offre alberghi a vari prezzi. Se preferisci una base più tranquilla, alcune frazioni come San Giorgio o Borgo Virgilio hanno strutture più economiche. I mantovani stessi suggeriscono di evitare le notti di festa mantovana (giugno) se ami la tranquillità.
- I biglietti: il Palazzo Ducale richiede ingresso a pagamento; il Palazzo Te idem. Molti musei civili hanno tariffe differenziate per residenti. Verifica gli orari prima di andare: alcuni musei mantengono ancora orari irregolari.
- Il momento migliore: aprile, maggio, settembre, ottobre. L'estate è affollata e calda; l'inverno ha giorni grigi sulla Pianura Padana, ma offre una solitudine preziosa se ami le piazze vuote al tramonto.
- Il consiglio non scontato: compra un panettone dalla pasticceria Pavesi se sei in dicembre, oppure un tortello di zucca in qualsiasi stagione in una trattoria vera (non un ristorante turistico). Chiedi ai mantovani: sanno dove mangiare bene senza pagare il cartello di "Patrimonio UNESCO".
Alla fine, quello che colpisce di Mantova oggi è la tensione non risolta tra conservazione e vitalità. La città non è un parco tematico, ma neanche completamente una capitale della contemporaneità. È un luogo dove la storia pesa, dove le strade parlano ancora il linguaggio del Rinascimento, dove però gli abitanti vanno al supermercato, mandano i figli a scuola, lottano con le tasse e la burocrazia comunale come ovunque. Questa contraddizione, in realtà, è il cuore pulsante di Mantova. Non è il museo freddo che alcuni turisti sperano di trovare, né è una città morta nel suo passato.
Torni in Piazza Sordello al crepuscolo. La luce è ormai blu, quasi verde, riflessa sull'acqua del Mincio dietro le mura. Una coppia giovane scatta selfie davanti al Duomo. Una signora con la spesa rientra a casa. Uno studente seduto su un gradino legge su una panchina. Mantova continua, guardando indietro ma non potendo fare altrimenti: la sua eredità gonzaghesca è parte del suo DNA, e nessuna città può negare da dove viene senza perdere se stessa.
Ma davvero Mantova è la città perfetta del Rinascimento vista con occhi contemporanei? Onestamente non sono sicura. Ho letto archivi di documenti municipali e i pareri degli studiosi di urbanistica sono divisi. Forse ogni epoca ha il diritto di reinterpretare i propri monumenti. Forse Mantova non ha ancora trovato il suo equilibrio, e continua a cercare quello che è giusto mostrare e quello che è giusto vivere. Ed è proprio questa ricerca a renderla viva.
