Il mentastro è un'erba che nasce ai margini dei campi appenninici, soprattutto lungo i fossi e gli argini dei ruscelli, dove il terreno resta fresco. Cresce senza chiedere aiuto, resistente al freddo e all'abbandono. I borghi montani che la circondano la conoscono da generazioni: non è una pianta da catalogo, ma una presenza che entra piano nelle case rurali. Chi la raccoglie sa che questo è un gesto antico, un'abitudine che passa da una mano all'altra nel corso dei decenni.

Carattere e forma di un'erba selvaggia

Il mentastro (Mentha suaveolens, ma il nome popolare copre anche Mentha longifolia) appartiene al genere Mentha, ma non è la menta domestica che cresce negli orti ordinati. La sua natura è più ribelle. Ha foglie grandi, tondeggianti e rugose, ricoperte di peli fini che danno loro una consistenza quasi vellutata. Quando le strofini tra le dita, il profumo sale immediato e intenso, più robusto e muschiato di quello della menta comune. I fiori sono minuti, biancastri o appena rosati, raccolti in spighe sottili all'apice dei fusti.

L'erba cresce a cespuglio denso e arriva spesso ai sessanta o ottanta centimetri, in condizioni favorevoli anche al metro. Più che elevarsi, però, si allarga: emette stoloni superficiali che corrono appena sotto il suolo e fanno radici a ogni nodo, occupando in pochi anni tutto lo spazio disponibile.

La storia nei campi

Nei secoli scorsi, quando i borghi appenninici vivevano di agricoltura di sussistenza, il mentastro era considerato un'erba utile, non una pianta coltivata con cura ma una presenza tollerata nei margini. Le donne che curavano l'orto sapevano dove trovarlo e quando raccoglierlo. In primavera avanzata, quando il sole aveva già riscaldato le pendici, iniziavano a cercare i cespugli vicino ai campi di cereali o lungo i fossati.

La raccolta seguiva un ritmo naturale.

Non c'era fretta né urgenza. Si prendeva quello che serviva per la stagione, lasciando i cespugli ancora radicati nel terreno. Il mentastro tornava da solo l'anno seguente, fedele come una presenza in una casa di paese. Questa continuità, questa ritualità silenziosa, creava un legame invisibile tra la comunità e l'erba stessa.

Dall'uso domestico al declino

Nella cucina tradizionale appenninica, il mentastro entrava in brodi di verdure, in infusi durante i mesi freddi, nelle preparazioni per disturbi digestivi. Le proprietà aromatiche e leggermente antisettiche lo rendevano prezioso in una medicina domestica dove non c'erano farmaci facilmente reperibili. Le erbe curavano, consolavano, facevano parte della quotidianità.

Con l'urbanizzazione del Novecento, questa conoscenza si è diradata. I giovani hanno lasciato i borghi per le città. Le ricette tramandate a voce si sono perse. Il mentastro, che non era mai stato commerciale, è diventato invisibile. Nei supermercati arrivavano menta piperita dal Nord Europa e altre spezie globalizzate. L'erba selvatica dei campi appenninici è rimasta nei campi.

Il carattere che non si arrende

Eppure il mentastro non è scomparso. Continua a crescere spontaneo nei posti che l'hanno generato. Lo trovi ancora in certe vallate, lungo gli argini dei ruscelli, nelle aree abbandonate dove la campagna sta reclamando il terreno. Non ha cercato visibilità né ha tentato di competere con le erbe coltivate commercialmente. Ha semplicemente persistito, radicandosi ancora più a fondo.

Oggi, quando negli Appennini si riscopre l'interesse per le piante spontanee e il cibo locale, il mentastro ritorna. Non come novità, ma come un volto conosciuto che riappare dopo anni di assenza. Alcuni chef che amano le tradizioni montane hanno ricominciato a cercarlo. I raccoglitori di erbe spontanee lo inseriscono nei loro repertori. Le comunità rurali che non l'hanno mai dimenticato lo coltivano di nuovo negli orti domestici.

Il mentastro rimane un'erba senza pretese. Non è bella come altri fiori, non è fragrante come la lavanda, non è pratica come le erbe aromatiche addomesticate. Ma possiede una qualità rara: la capacità di radicarsi nel tempo, di tornare quando viene cercata, di mantenere intatta la sua natura dopo secoli di abbandono. È questo il suo vero carattere, la sua virtù nascosta.

Una nota prima di raccogliere. Raccogliere piante spontanee da mangiare richiede due precauzioni. La prima è il riconoscimento: diverse commestibili hanno sosia velenosi molto simili, e la regola è non raccogliere mai una pianta che non si sappia identificare con certezza, foglia per foglia e non a colpo d'occhio. La seconda è il luogo: si evitano i bordi delle strade trafficate, i terreni trattati con diserbanti e le aree dove passano i cani. La terza riguarda il permesso: la raccolta di piante spontanee è regolata dalle leggi regionali, che fissano quantità massime giornaliere e in diversi casi vietano di estirpare la pianta con le radici; nei parchi e nelle riserve è quasi sempre proibita, alcune specie sono protette, e sui terreni privati serve comunque il consenso del proprietario. Prima di uscire con il cesto vale la pena controllare il regolamento della propria regione.