Quanto tempo resta per seminare

Prima di decidere se muoversi questo fine settimana o il prossimo, quattro controlli che si fanno in un minuto.

Infila due dita nella terra, dove il prato deve nascere: è ancora tiepida sotto la superficie, oppure è fredda come l'aria del mattino? Guarda l'erba del vicino o il bordo dell'aiuola all'alba: c'è rugiada, oppure è ancora asciutta come in agosto? Controlla il meteo dei prossimi dieci giorni: le massime restano sopra i trenta gradi o sono già scese? E infine: nelle prossime due settimane potrai bagnare più volte al giorno, o sarai via qualche giorno?

Da queste risposte si capisce da soli a che punto si è. La finestra buona per la semina del prato non dipende da una data ma dall'incrocio fra due condizioni: il terreno ancora caldo, che fa germinare il seme, e l'aria che si è raffreddata, che non brucia le plantule appena nate. In settembre queste due cose stanno insieme, ed è la ragione per cui è il periodo migliore dell'anno.

Il segnale osservabile che apre la finestra è la rugiada che torna al mattino insieme alle notti sotto i venti gradi. Quello che la chiude è il terreno che si raffredda: quando la mano non sente più differenza fra la terra e l'aria, il seme germina troppo lentamente. In pianura padana significa avere davanti tutto settembre e la prima metà di ottobre. Al Centro qualche settimana in più. Al Sud e sulle isole la finestra si allunga fino a novembre inoltrato.

Perché in agosto quasi sempre non funziona

Il seme del prato germina in pochi giorni se trova umidità costante nel primo centimetro di terra. Il problema dell'estate non è la germinazione, è quello che succede subito dopo.

Una plantula appena nata ha una radice di pochi millimetri e nessuna riserva. Vive esclusivamente dell'acqua che sta in superficie. Con trenta gradi e sole pieno quel centimetro asciuga nel giro di poche ore, e se si asciuga completamente anche una volta sola la plantula muore. Non appassisce e poi si riprende come una pianta adulta: muore e basta.

C'è poi la concorrenza. Le infestanti estive germinano più in fretta delle graminacee da tappeto e occupano lo spazio prima che il prato si chiuda. E ci sono i funghi che colpiscono i semenzai fitti quando il caldo umido si protrae, che nel giovane prato si vedono come chiazze che si allargano in due giorni.

Sulla misura conviene essere precisi. Anticipare di due o tre giorni rispetto alla data giusta non cambia niente. Anticipare di due settimane, cioè seminare a metà agosto invece che a inizio settembre, si vede: la stessa quantità di seme dà un prato più rado, con più zone da risistemare. Chi ha seminato in agosto e si ritrova un tappeto disomogeneo non ha sbagliato tecnica, ha sbagliato momento.

Che cosa si perde a rimandare, settimana dopo settimana

Dall'altra parte il ragionamento è simmetrico ed è tutto legato alle radici.

Dopo la germinazione servono alcune settimane perché la plantula formi un apparato radicale capace di reggere il freddo e di ancorare la pianta. Quel lavoro avviene solo finché il terreno resta sopra la soglia di attività, cioè finché è tiepido. Ogni settimana di ritardo è una settimana di radici in meno, e non si recupera in primavera, perché nel frattempo arriva il gelo.

In pratica: un prato seminato all'inizio di settembre al Nord arriva all'inverno chiuso e ancorato. Uno seminato a metà ottobre arriva con l'erba nata ma con radici corte, e in gennaio si vedono le zone sollevate dal gelo. Uno seminato a novembre in pianura padana quasi sempre non nasce del tutto, e il seme resta a terra fino a marzo, dove in parte marcisce e in parte viene mangiato.

Il punto oltre il quale non ha più senso farlo quest'anno coincide con la fine dell'attività radicale: nelle zone fredde metà ottobre, al Centro fine ottobre, al Sud fine novembre. Chi arriva oltre quel limite non ha perso niente di irreparabile. Il seme si conserva bene all'asciutto e la finestra di primavera esiste, anche se è più difficile perché il caldo arriva presto. Chi ha rimandato può usare l'autunno per fare tutta la preparazione, che è la parte più lunga, e seminare in marzo su un terreno già pronto.

Come si semina, gesto per gesto

La sequenza conta quanto la data, e va rispettata nell'ordine.

Si comincia con la pulizia. Le infestanti già presenti vanno tolte con la radice, perché il seme nuovo non compete con piante adulte. Se c'è un vecchio prato da rifare, va tagliato molto basso e poi scarificato, cioè inciso in superficie per togliere il feltro, lo strato di residui secchi che impedisce al seme di toccare la terra. Il criterio per capire se basta: dopo la scarificatura si deve vedere il terreno fra un ciuffo e l'altro.

Poi la lavorazione, che riguarda solo la semina su terreno nudo. Si smuovono i primi quindici centimetri, si rompono le zolle e si toglie tutto quello che è più grosso di una noce. Il letto di semina buono si riconosce al tatto: passando la mano si sentono granuli fini, non zolle.

Il livellamento viene dopo. Si passa un rastrello a denti larghi, si guarda controluce per individuare le depressioni e si rabbocca. Poi si assesta il terreno camminandoci sopra a passi accostati o passando un rullo leggero: serve a scoprire i punti che cedono, che si rabboccano e si ripassano. Un terreno non assestato produce avvallamenti che restano per anni.

La semina si fa a spaglio in due passate incrociate, una nel senso della lunghezza e una in quello della larghezza, usando metà del seme per volta. Le dosi sono indicate sulla confezione delle sementi e vanno rispettate: aumentarle non dà un prato più fitto ma plantule che si soffocano fra loro. Chi ha poca mano può mescolare il seme con sabbia asciutta, che rende visibile dove si è già passato.

Subito dopo si copre. Basta un passaggio leggero di rastrello rovesciato o una velatura di terriccio setacciato: il seme deve essere a contatto con la terra e appena velato, non sepolto. Un seme di graminacea coperto da più di mezzo centimetro non arriva in superficie. Poi si comprime, con il rullo o camminandoci sopra con una tavola sotto i piedi.

L'irrigazione è la parte che decide tutto. Servono bagnature brevi e frequenti, anche due o tre al giorno nelle giornate ancora calde, con l'obiettivo di tenere umido soltanto il primo centimetro. Il criterio osservabile è semplice: la superficie deve restare scura, mai schiarire del tutto. Bagnare molto e di rado sposta il seme e non serve.

Chi invece fa una trasemina, cioè semina su un prato esistente diradato, salta la lavorazione: taglia basso, scarifica, distribuisce il seme, copre con uno strato sottile di terriccio e bagna allo stesso modo.

Gli errori che si vedono più spesso

Quello che facevano i nonni, e quanto regge

Che cosa guardare nelle settimane successive

La nascita non avviene tutta insieme. I loietti sono i primi a comparire e chiudono la superficie in fretta, le festuche impiegano più tempo e il prato sembra rado finché non arrivano anche loro. Vedere l'erba nascere a scaglioni non è un difetto della semina: è la composizione del miscuglio.

Il primo taglio si fa quando l'erba arriva attorno agli otto o dieci centimetri, e si asporta al massimo un terzo dell'altezza. Lame ben affilate, perché una lama consumata strappa le piantine ancora poco ancorate. Il prato va tagliato asciutto.

Dopo il primo taglio si può concimare, e da quel momento le bagnature si diradano e si allungano, per spingere le radici in profondità invece che in superficie.

Le zone rimaste vuote si riseminano subito, finché la finestra è aperta: rastrellare, spargere seme, velare, bagnare. Il calpestio normale si può riprendere dopo il secondo o terzo taglio, quando tirando un ciuffo con due dita la pianta resiste invece di venire via.