Quanto resta prima che il terreno diventi inutilizzabile
Quattro controlli veloci, da fare guardando l'orto adesso.
Quante aiuole sono già vuote, e quante lo saranno entro due settimane? Prendi una manciata di terra e chiudi il pugno: si sgretola quando apri la mano, oppure resta compatta e appiccicosa? Ricordi che cosa c'era in quell'aiuola l'anno scorso, o vai a memoria? E infine: hai intenzione di coltivare qualcosa lì durante l'inverno, oppure quell'angolo resterà fermo fino a marzo?
Chi ha la terra che si sgretola ha davanti la finestra migliore dell'anno per lavorarla. Chi la trova già appiccicosa deve aspettare che asciughi, perché lavorare un terreno bagnato lo rovina per mesi.
La finestra utile qui non è una data ma una condizione: terra ancora asciutta in profondità e ancora calda in superficie. Dura da adesso fino alle piogge continue di ottobre. Il segnale osservabile che la chiude è il fango che si attacca alle scarpe: da quel momento in poi si può ancora seminare a spaglio, ma non si lavora più.
C'è una seconda scadenza, più stretta, per chi vuole fare un sovescio, cioè una coltura seminata per essere interrata invece che raccolta. Perché produca massa sufficiente deve nascere e crescere finché il terreno è tiepido, quindi va seminata entro le prime settimane di ottobre.
Perché estirpare troppo presto non conviene
La tentazione, quando si comincia a fare ordine, è di svuotare tutto insieme. Sulle colture ancora produttive è una perdita secca.
Peperoni e melanzane in molte zone continuano a maturare fino alle prime notti fredde, e i frutti già allegati si ingrossano anche con giornate corte. Toglierli a inizio settembre significa rinunciare a una parte del raccolto per guadagnare due settimane su un lavoro che si può fare a fine mese.
Anche il sovescio seminato troppo presto ha un problema suo. Se trova ancora caldo, cresce in fretta, arriva a fiore prima dell'inverno e comincia a lignificare, cioè a formare tessuti duri. Un sovescio lignificato si interra male e si decompone molto più lentamente, quindi rilascia gli elementi troppo tardi rispetto alla coltura che segue.
Sulla misura: anticipare di una settimana non produce differenze. Anticipare di un mese sì, e riguarda soprattutto le leguminose da sovescio, che vanno interrate alla fioritura e non oltre.
Che cosa succede se si lascia la terra così com'è
Il terreno nudo per tutto l'inverno perde qualcosa ogni settimana, e sono perdite che in primavera si vedono.
La prima è la struttura. Le gocce di pioggia battono sulla superficie scoperta, disperdono le particelle fini e formano una crosta compatta che riduce gli spazi d'aria. Un terreno che ha passato l'inverno scoperto in primavera è più duro e assorbe peggio.
La seconda è il dilavamento. L'acqua che attraversa il suolo porta con sé i nutrienti solubili, e l'azoto è il primo ad andarsene. Un terreno coperto da una coltura, anche non destinata alla raccolta, trattiene quegli elementi nelle radici e nelle foglie e li restituisce quando viene interrato.
La terza è l'erosione, che riguarda soprattutto i terreni in pendenza.
Il momento oltre il quale non ha più senso seminare un sovescio, nelle zone fredde, è la metà di ottobre. Chi arriva dopo non deve sentirsi in colpa: una pacciamatura con paglia, foglie secche o sfalci fa buona parte dello stesso lavoro, protegge la superficie dalla battuta della pioggia e si può stendere in qualunque momento, anche a dicembre.
Che cosa fare nelle aiuole che si liberano
Il lavoro va in questo ordine, e il primo passaggio è quello che quasi tutti saltano.
Si comincia scrivendo dove c'era che cosa. Una rotazione si può fare solo se si sa da dove si viene, e la memoria a distanza di dodici mesi non regge. Basta un foglio con lo schema delle aiuole e i nomi.
Poi si estirpa. Le piante si tolgono con la radice, si scuote la terra e si guardano le radici stesse: se sono pulite e chiare, tutto va nel compost. Se hanno ingrossamenti, marciumi o macchie scure, quei residui non vanno né compostati né lasciati in posto, perché gli organismi responsabili sopravvivono nel terreno e nel materiale.
Si sceglie la successione, ed è qui che si applica la rotazione. Pomodoro, melanzana e peperone appartengono alla stessa famiglia, le solanacee: non vanno mai fatti seguire l'uno all'altro, perché condividono le stesse malattie del terreno e prelevano gli stessi elementi. Dopo di loro vanno bene le colture da foglia, come spinaci, lattughe e bietole, e soprattutto le leguminose. Zucchine, cetrioli e zucche sono cucurbitacee e vanno trattate come gruppo unico, con lo stesso criterio: dopo di loro stanno bene le brassicacee, cioè cavoli e verze, e le leguminose.
Le leguminose meritano una riga in più. Fave, piselli, favino e trifoglio ospitano nelle radici batteri capaci di fissare l'azoto atmosferico e di renderlo disponibile nel terreno. Quello che lasciano non è un miglioramento vago: è azoto vero, e per questo la successione classica prevede una leguminosa prima di una coltura esigente come il pomodoro o il cavolo.
Per chi non coltiva d'inverno si semina il sovescio. Le specie utilizzabili sono le leguminose, cioè favino, veccia e trifoglio incarnato, le graminacee come segale e avena, che producono molta massa e strutturano il terreno con le radici, e le crucifere come la senape, rapide ma da evitare dove seguiranno cavoli. Si semina a spaglio su terreno affinato, si copre leggermente con il rastrello, si bagna se non piove. L'interramento si fa alla fioritura, trinciando o sfalciando e incorporando superficialmente, e vanno lasciate almeno tre settimane prima di seminare la coltura successiva, perché la decomposizione iniziale consuma azoto.
Infine l'apporto di sostanza organica. Compost maturo o letame ben decomposto si distribuiscono adesso e si incorporano nei primi centimetri: hanno tutto l'inverno per integrarsi. Il letame fresco non si usa sulle colture da radice e non si interra in profondità.
Gli errori che costano la stagione successiva
- Rimettere il pomodoro dove c'era il pomodoro. Si fa perché quell'aiuola è la più soleggiata. Le malattie del terreno si accumulano e al terzo anno la produzione cala in modo evidente. Si corregge dividendo l'orto in almeno tre settori e ruotando.
- Lasciare in posto i residui malati. Si fa per comodità e perché sembrano solo foglie secche. Vanno tolti e allontanati, perché il compost domestico non raggiunge temperature sufficienti a inattivare tutto.
- Lavorare la terra bagnata. Si fa perché il giorno libero è quello. Il terreno si compatta e forma zolle che restano dure fino all'estate. Si aspetta che il pugno di terra si sgretoli.
- Interrare letame fresco. Si fa credendo che nutra di più. In profondità e senza ossigeno fermenta male e danneggia le radici. Si usa maturo, oppure fresco solo in superficie e molto in anticipo.
- Interrare il sovescio quando ha già fatto seme. Si fa aspettando che cresca ancora un po'. A quel punto è lignificato, si decompone lentamente e le specie seminate diventano infestanti. Si taglia alla fioritura.
- Seminare la coltura successiva subito dopo l'interramento. Si fa per non perdere tempo. Nella prima fase la decomposizione sottrae azoto e le piantine ingialliscono. Si aspettano almeno tre settimane.
- Vangare a fondo tutti gli anni. Si fa per abitudine. Rivoltare gli strati sposta in profondità la parte biologicamente attiva. Una lavorazione superficiale, ripetuta, dà risultati migliori.
Quello che si faceva una volta, e quanto regge
- Lasciare riposare la terra, cioè il maggese. Regge in parte. L'osservazione vera è che un terreno non coltivato recupera struttura e riduce le popolazioni di parassiti specifici. Ma un terreno lasciato nudo si dilava, quindi la versione moderna dello stesso principio è il sovescio, che dà il riposo senza il costo.
- Spargere il letame in autunno e lasciarlo sopra tutto l'inverno. Regge, ed è ancora la pratica migliore per il letame poco maturo, che ha così il tempo di decomporsi prima della semina. Va distribuito in strato sottile, non ammucchiato.
- Vangare grossolano prima dell'inverno e lasciare le zolle esposte al gelo. Regge nei terreni argillosi del Nord, dove il gelo e il disgelo sbriciolano le zolle e migliorano la struttura. Non regge nei terreni sciolti e nelle zone senza gelate, dove produce solo dilavamento.
- Seminare le fave dove c'erano stati i cavoli, per rimettere in ordine la terra. Regge, ed è la rotazione classica: la leguminosa segue una coltura esigente e restituisce azoto. È una delle regole tradizionali con la spiegazione più solida.
- Bruciare i residui delle colture. Non regge, e oltre alle limitazioni di legge che variano da comune a comune fa perdere tutta la sostanza organica. L'osservazione vera dietro l'abitudine riguarda i residui malati, che effettivamente non vanno reincorporati.
Che cosa guardare da qui a marzo
Nelle due settimane dopo la semina del sovescio si guarda l'emergenza: una copertura regolare, senza zone vuote, indica che il seme aveva buon contatto con la terra. Le chiazze si riseminano subito, finché la finestra è aperta.
Durante l'inverno si osserva la superficie. Un terreno coperto, di sovescio o di pacciamatura, dopo le piogge resta soffice. Uno scoperto sviluppa una crosta che si stacca a placche: è il segnale che il prossimo anno conviene coprire.
Il momento dell'interramento si riconosce dalla fioritura, quando i primi fiori sono aperti e la pianta non ha ancora formato baccelli o spighe. È il punto in cui la massa è massima e i tessuti sono ancora teneri.
Il primo intervento successivo è la semina o il trapianto della coltura primaverile, che va programmata almeno tre settimane dopo l'interramento. Nel frattempo si controlla se compaiono ricacci delle specie da sovescio, che vanno eliminati prima che vadano a seme.
Vale la pena, a fine inverno, rifare la prova del pugno di terra nella stessa aiuola trattata e in una lasciata scoperta. La differenza fra le due, cioè una che si sgretola e una che resta compatta, è il modo più diretto per capire se il lavoro di settembre è servito, e serve anche a decidere quanta superficie coprire l'anno prossimo.