Se esiste una pianta capace di trasformare un muro grigio in un'opera d'arte vivente, quella è il glicine. I suoi fiori violetti, azzurri o bianchi pendono come pioggia profumata da fusti legnosi capaci di coprire interi edifici. Eppure, questa bellezza straordinaria non è sempre stata parte del nostro paesaggio. Il glicine arriva da molto lontano, da terre che gli europei del Settecento scoprivano con la meraviglia di chi vede per la prima volta l'impossibile. La sua storia è quella di un lungo viaggio attraverso oceani e continenti, di una pianta che ha dovuto aspettare secoli prima di poter coronare le nostre case con la sua eleganza.

Le origini in Oriente

Il glicine appartiene al genere Wisteria, ed è originario dell'Asia orientale, in particolare dalla Cina e dal Giappone. In questi paesi la pianta era già coltivata da secoli, apprezzata nei giardini tradizionali per la sua bellezza e il suo significato simbolico. In Giappone, il glicine rappresenta longevità, prosperità e amore profondo, e ancora oggi è motivo di festa e celebrazione quando sboccia in primavera. I giardinieri asiatici avevano già sviluppato tecniche sofisticate di coltivazione e propagazione, selezionando varietà diverse per colore e vigore. La pianta era considerata un tesoro botanico, un elemento imprescindibile negli spazi verdi di imperatori e nobili.

L'arrivo in Occidente

Qui la cronologia va precisata, perché il primo glicine arrivato in Europa non veniva dall'Asia. Fu la specie americana, la Wisteria frutescens, i cui semi raggiunsero l'Inghilterra nel 1724 raccolti in Carolina dal naturalista Mark Catesby, e che i vivai chiamavano allora "fagiolo della Carolina" per la forma dei baccelli. Il glicine cinese, la Wisteria sinensis, arrivò molto più tardi: due piante propagate nel giardino di un mercante di Canton sbarcarono in Inghilterra nel maggio del 1816, portate da John Reeves, ispettore del tè della Compagnia delle Indie, e fiorirono per la prima volta nel 1819. Il glicine giapponese, Wisteria floribunda, seguì attorno al 1830. Praticamente tutti i glicini cinesi coltivati oggi in Europa discendono per via vegetativa da quelle due piante del 1816. Questi rampicanti affascinarono immediatamente botanici, collezionisti e proprietari di giardini, che riconobbero in essi un elemento di straordinaria bellezza e raffinatezza. Non era semplice coltivare il glicine nei climi europei, poiché la pianta richiedeva cure specifiche e una lunga pazienza prima di sviluppare appieno la sua capacità di fiorire. Questo lo rese ancora più desiderabile, un simbolo di ricchezza e di accesso a conoscenze esotiche riservate a chi poteva permettersi giardini curati e sfarzosi.

Una cosa che i giardinieri di allora impararono presto, e che oggi si tende a dimenticare, è la forza di questa pianta. Il glicine non è un rampicante qualsiasi: è una liana legnosa che con gli anni sviluppa fusti spessi come un braccio e una potenza tale da deformare grondaie, sollevare tegole, strangolare alberi e piegare pergolati di legno. Va messo su strutture metalliche solide, mai su una recinzione leggera né direttamente contro una facciata con discendenti e gronde a portata. Un dettaglio per riconoscere le due specie principali, per inciso: la Wisteria sinensis avvolge il proprio sostegno in senso antiorario, la Wisteria floribunda in senso orario.

Il significato botanico del nome

Il nome scientifico Wisteria ha un'origine curiosa, e contiene un errore rimasto per sempre. Il genere fu battezzato dal botanico Thomas Nuttall in onore di Caspar Wistar, anatomista dell'università di Pennsylvania, ma Nuttall scrisse "Wisteria" invece di "Wistaria": non si sa se per svista o per una scelta di suono, e per oltre un secolo le due grafie hanno convissuto nella letteratura botanica prima che prevalesse quella difforme dal cognome. Un dettaglio che sfugge quasi sempre, poi, è che il genere venne creato per il glicine americano e non per quello cinese, all'epoca ancora classificato altrove. Il glicine, con il suo aspetto quasi magico quando è completamente in fiore, meritava un nome che ne trasmettesse l'eccezionalità. Quando osserviamo il glicine, vediamo non solo una pianta straordinaria, ma anche il ricordo di questo scambio culturale tra continenti, il frutto di quella curiosità scientifica che ha caratterizzato l'Illuminismo e l'era dei grandi esploratori botanici.

Una credenza diffusa: il glicine che non fiorisce

Molti proprietari di giardini credono che il glicine sia una pianta capricciosa che fatica a fiorire. In realtà le ragioni sono tre, tutte identificabili, e la prima è quella che quasi nessuno sospetta: la provenienza della pianta. Un glicine nato da seme impiega dai dieci ai vent'anni prima di fiorire, e a volte non fiorisce mai; un glicine innestato o propagato per talea da una pianta adulta fiorisce in due o tre anni. Chi ha comprato una piantina economica senza punto d'innesto visibile, o l'ha fatta nascere da un baccello raccolto, sta semplicemente aspettando un tempo biologico su cui non può intervenire.

La seconda ragione riguarda posizione e concimazione. Il glicine vuole molta luce diretta, almeno sei-otto ore di sole al giorno, e un terreno ben drenato ma non ricco: essendo una leguminosa si procura l'azoto da sé, grazie ai batteri che vivono nelle sue radici, e concimarlo con prodotti azotati produce vegetazione lussureggiante e nessun fiore. Semmai serve potassio.

La terza è la potatura, che sul glicine è più decisiva che su qualunque altro rampicante. La pianta fiorisce su speroni corti, e per formarli servono due interventi all'anno: in agosto si accorciano i lunghi tralci dell'anno lasciando cinque o sei foglie, e in gennaio, sulla pianta spoglia, si riducono ulteriormente quei rametti a due o tre gemme. È da quelle gemme grosse e tozze che escono i grappoli. Chi si limita a tagliare quello che sborda, quando sborda, ottiene una pianta enorme e avara di fiori.

Oggi, quando ammiriamo un glicine che avvolge una veranda o trasforma una pergola in una cascata di fiori profumati, stiamo guardando il risultato di quel viaggio straordinario iniziato in Oriente secoli fa. Non è più una pianta rara e preziosa riservata ai giardini dei ricchi, ma è entrata nelle nostre case, nei nostri vicoli, sulle nostre strade. Quella bellezza esotica che affascinava i botanici europei del Settecento può oggi fiorire nel nostro giardino, con le stesse regole, la stessa pazienza e la stessa dedizione che i giardinieri cinesi e giapponesi praticavano da secoli. Il glicine ricorda che anche le cose più belle hanno radici, spesso molto lontane, e che la bellezza vera è quella che sa adattarsi, viaggiare e mettersi radici in nuovi suoli, conservando intatta la sua magia originaria.

Una nota sulla tossicità. I semi e i baccelli del glicine sono tossici: contengono wisterina e lectine, e ne bastano pochi per intossicare un bambino. I baccelli si aprono a fine estate proiettando i semi a distanza, e somigliano alle taccole, il che rende l'equivoco facile proprio con chi è più a rischio. Vanno raccolti e smaltiti, non lasciati sul terreno.