Nel giardino della nonna a Ragusa, tra gli ulivi storti e le rose appassite dal caldo di agosto, c'è un melograno che ha più di quarant'anni. Non è il più grande, non è il più produttivo, ma ogni maggio torna a fiorire come se fosse la prima volta: fiori rossi intensi, quasi vermiglie, che sbucano dai rami nodosi. Quando i petali cadono e iniziano a formarsi i primi frutti, la nonna dice sempre la stessa cosa: "Questo albero sa cosa fare, non ha bisogno di scuola". È vero. Il melograno conosce il suo ritmo, il suo tempo, il suo posto nel mondo. Fiorisce quando il Mediterraneo inizia a sudare, produce frutti quando l'estate è al massimo, resiste quando tutto intorno secca. Non è una pianta che cerca attenzioni o che piange di sete. È quella razza di vegetale che la storia ha reso saggia.

Il melograno è Punica granatum, della famiglia delle Lythraceae, una delle poche specie vegetali che ha mantenuto lo stesso nome scientifico dai tempi della classificazione linneana. Non è un caso. Quando Linneo aveva di fronte una pianta con così tanti elementi identitari, con una storia così lunga e radicata, la lasciava così com'era. Il termine "Punica" rinvia direttamente ai Fenici, quei navigatori che la diffusero nei commerci marittimi; "granatum" dal latino per "grano", riferito ai tanti semi dentro ogni frutto. Si racconta questa pianta perché non è semplice ornamentale, non è una moda da social: è una colonna portante della tradizione agricola mediterranea, presente negli orti, nei giardini formali, nei contesti rituali dal Nord Africa alla Sicilia, dalla Spagna alla Turchia. Ogni regione ha un rapporto diverso con lei, ma il risultato è lo stesso: non si dimentica, non si butta via, non si sostituisce con novità.

Le origini del melograno si perdono nella geografia dell'Iran e del Caucaso, dove ancora oggi crescono forme selvatiche. Da lì è salito verso l'Egitto tolemaico, la Grecia classica, l'Impero romano. Gli antichi romani la coltivavano con dedizione, tanto che Plinio il Vecchio dedica pagine intere alle varietà e ai metodi di coltivazione. Nel Medioevo arriva in Spagna via i mercanti arabi, si insedia nella Sicilia normanna, si diffonde negli orti monacali dove i frati la coltivano sia per i frutti che per i tannini della corteccia, usati in medicina. La mitologia la consacra: è il frutto che Persefone mangia per essere costretta a tornare ogni anno negli Inferi con Ade, il simbolo del ciclo stagionale, della morte e della rinascita. Non è decorazione di una storia, è la storia stessa che ha bisogno del melograno per farsi capire.

Oggi le varietà coltivate in Italia sono poche rispetto al passato, ma ancora significative. La "Dente di Cavallo" è tipica della Sicilia, con semi grandi e un sapore acidulo-dolce. La "Mollar de Elche", spagnola di origine, ha semi più morbidi e è perfetta per chi non ama il croccio. La "Melograno Dolce" è una forma più dolce, con meno tannini, preferita come frutto da tavola. Poi ci sono le cultivar ornamentali, come la "Nana", che non supera i due metri, perfetta per vasi e terrazzamenti. Tutte hanno un aspetto comune: amano il sole, necessitano di almeno sei ore dirette al giorno per fiorire bene; preferiscono terreni ben drenati, calcarei, non soffrono il caldo secco grazie alla capacità di trattenere acqua nei tessuti fogliari. A maggio, quando le temperature salgono stabilmente sopra i 15 gradi, il melograno è già in piena fioritura.

I miti sul melograno (e quello che davvero succede)

Si dice spesso che il melograno richieda potature drastiche per fruttificare. Non è vero. Questa idea viene da una confusione tra varietà ornamentali e da frutto. Il melograno da frutto produce naturalmente su legno dell'anno precedente: una potatura troppo aggressiva a fine inverno rimuove proprio i rami che porteranno i fiori. Una leggera riduzione dei rami secchi o malformati è sufficiente, meglio ancora dopo la raccolta dei frutti, in settembre-ottobre.

Un secondo mito: il melograno non produce se non è vecchio o se non ha un compagno impollinatore. Falso. Il melograno è autofertile nella maggior parte delle cultivar moderne, e inizia a produrre già dal terzo-quarto anno di vita se coltivato correttamente. Certo, l'impollinazione incrociata aumenta la resa, ma non è obbligatoria.

Infine, c'è chi pensa che il melograno non sopporti il freddo dell'Italia settentrionale. Dipende. Finché le temperature invernali non scendono sotto i -15 gradi Celsius per periodi prolungati, il melograno resiste. Nelle zone più fredde della Pianura Padana, conviene coltivarlo in vaso e ricoverarlo, oppure scegliere la varietà Nana che è leggermente più resistente.

Come coltivarlo e tenerlo sempre rigoglioso

Coltivare un melograno non è uno sport per giardinieri ansiosi che controllano ogni foglia. È piuttosto un esercizio di fiducia. Pianti in un punto soleggiato, lo annaffi quando serve, gli togli i rami morti ogni tanto, e lui fa il suo lavoro. A maggio torneranno i fiori rossi, a settembre i frutti con la corazza spessa e i semi che scoppiano di succo. Nel giardino della nonna a Ragusa, quel melograno quarantenne non ha mai avuto un nome particolare, nessun cartello, nessun protocollo di cure. E ogni anno è lì, puntuale, a ricordare che il Mediterraneo non è fatto di spiagge Instagram, ma di piante come questa, che sanno stare al mondo da tremila anni senza farsi domande.