Mamma Vincenza ha novantadue anni e un orto sulle colline di Menfi, nel Belice. Tre quarti della terra sono diventati aridi negli ultimi due decenni, ma il suo rosmarino cresce lo stesso. Non è uno dei rosmarini comprati dal vivaio di Palermo. È il rosmarino che sua nonna coltivava, trapiantato da una margotta nel 1987, figlio di piante che crescevano selvatiche su quelle stesse colline cent'anni prima. Mamma Vincenza non sa il nome scientifico. Sa solo che in agosto, quando tutto brucia, lui è ancora lì. Le foglie sono grigio-verdi, dure, profumate di resina e pioggia lontana. Lo raccoglie per il soffritto, per il ragu, per appenderlo secco sopra la finestra. È il suo rosmarino, e negli ultimi tre anni più di duecento agricoltori della provincia sono andati a chiedere una talea.
Il rosmarino è il Rosmarinus officinalis, appartenente alla famiglia delle Lamiaceae (quella della menta e della salvia). Cresce spontaneamente lungo le coste mediterranee e nelle zone sub-montane, dal livello del mare fino a duemila metri di quota. Quello che racconta questa storia non è un rosmarino generico. È una selezione locale siciliana, tramandata oralmente tra coltivatori, caratterizzata da una straordinaria resistenza alla siccità estrema e dalla capacità di prosperare su suoli poveri e calcarei. Non è stata descritta nei trattati agronomici moderni perché non è mai entrata nei circuiti commerciali ufficiali. È una eredità vegetale della Sicilia che esiste al di fuori dei cataloghi.
Il rosmarino arrivò in Sicilia durante le prime ondate di colonizzazione fenicia e greca, probabilmente tra l'ottavo e il settimo secolo prima di Cristo. I Greci lo chiamavano "ros marinos", letteralmente "rugiada del mare", perché lo incontravano sulle scogliere spruzzate dalla schiuma. La medicina greco-romana lo considerava un tonico per la memoria e uno stimolante della circolazione. Durante il Medioevo, i monasteri benedettini siciliani lo coltivavano negli orti claustrali accanto alla salvia e al timo. Entrò nella farmacopea popolare come rimedio contro il malocchio, bruciatoio nei riti di purificazione, ingrediente nei bagni postpartum. Il popolo contadino però fece qualcosa di più utile: lo selezionò. Generazione dopo generazione, gli agricoltori raccolsero semi e facevano talee dalle piante che meglio resistevano agli anni siccitosi, alle onde di caldo torrido di luglio e agosto. Nel giro di tre o quattro secoli era nata una varietà locale, non diversa nel nome ma profondamente diversa nei caratteri fisiologici.
Ci sono grosso modo tre varietà di rosmarino coltivate in Italia. Il rosmarino comune (Rosmarinus officinalis subsp. officinalis), diffuso nel resto del Mediterraneo, ha foglie più tenere, cresce bene in zone con almeno quattrocento millimetri di pioggia annua, e ha un ciclo vegetativo che richiede annaffiature regolari in estate. Il rosmarino prostrato (Rosmarinus officinalis var. prostratus), a portamento ricadente, usato soprattutto in giardinaggio ornamentale. E poi c'è il tipo siciliano, noto localmente come "rosmarino dello Stretto" o semplicemente "rosmarino vecchio", che gli agricoltori della provincia di Agrigento ancora coltivano e tramandano. Ha foglie più coriacee, stomi più piccoli (pori fogliiari che regolano la traspirazione), un apparato radicale più profondo che scava nelle rocce calcaree, e una vegetazione più compatta. Cresce su pendii assolati, allontana il caldo con una fitta peluria silvestre che riflette i raggi solari, e rallenta la traspirazione in modo straordinario. Mentre il rosmarino comune soffre in siccità prolungate, il tipo siciliano resiste anche quando l'umidità relativa scende al 25 per cento.
Quello che dicono del rosmarino (ma non è sempre vero)
Il primo mito è che il rosmarino "non ha bisogno di acqua". Non è così. Anche la varietà siciliana ha bisogno di acqua nei primi tre mesi di vita, quando l'apparato radicale non è ancora formato. Chi pianta una talea in piena estate e poi non l'annaffia neanche una volta la vede morire. Quello che è vero è che da adulta, quando le radici raggiungono i sessanta-settanta centimetri di profondità, la pianta può attingere umidità da strati di terreno che rimangono freschi anche in piena siccità. Nel primo anno, però, va bagnata almeno ogni dieci giorni in assenza di pioggia.
Il secondo mito è che il rosmarino cresca bene dappertutto. Non è vero nemmeno per la varietà siciliana. Se il terreno è argilloso e compatto, tende a marcire alle radici. Ha bisogno di drenaggio. Se il pH scende sotto 5.5, ingiallisce. Se è coltivato in ombra parziale, diventa lungo e diradato. Il sole diretto non è una opzione, è un prerequisito. Chi coltiva questa varietà in una zona umida del nord Italia farà una esperienza deludente perché lo porterà a casa il suo difetto principale: non ama l'eccesso di umidità atmosferica.
Il terzo mito riguarda le proprietà curative. Si legge un po' ovunque che il rosmarino "migliora la memoria" o "attiva la circolazione cerebrale". Le ricerche scientifiche su estratti e olii essenziali di rosmarino mostrano alcuni effetti biologici interessanti, ma siamo lontani dalle affermazioni pubblicitarie. Fumarlo o berlo sotto forma di tisana non è un "nootropico" come promettono certi siti commerciali. È un rimedio tradizionale con un aroma piacevole e proprietà antisettiche locali. Basta sapere che tra inhalare il profumo e curare una malattia c'è un oceano.
Come coltivarla con successo
- Sole e drenaggio: mettila in un posto dove arriva sole diretto almeno sei ore al giorno. Usa un terriccio povero, con sabbia e ghiaia fine. Se la coltivi in vaso, il fondo deve avere buchi generosi e uno strato di cocci per evitare ristagni d'acqua.
- Acqua nei primi tempi: durante i primi tre mesi da talea, innaffia ogni dieci giorni se non piove. Dopo il primo anno, riduci a una volta al mese anche in estate. Una volta consolidata, non ha bisogno di irrigazione extra se non in condizioni di siccità estrema (oltre quaranta giorni senza pioggia).
- Terreno calcareo: questa varietà ama un pH tra 6 e 7.5. Se il tuo terreno è acido, aggiungi calce agricola in autunno. In vaso, usa un terriccio universale mescolato al 30 per cento con sabbia di fiume.
- Potatura leggera: non aspettare che diventi un cespuglio enorme. Raccogliere rametti per cucina e profumeria dagli ultimi dieci centimetri di ogni ramo stimola la ramificazione. Dopo tre anni, se è diventato troppo ligneo alla base, taglia i terzi dei rami più vecchi in marzo, quando inizia la vegetazione primaverile.
- Moltiplicazione: la talea è il metodo migliore. Prendi rametti semilegnosi lunghi otto centimetri tra maggio e settembre, elimina le foglie basali, intingi nella polvere per talee, e piantale in un vasetto con torba e sabbia a parti uguali. Mantieni umido (non bagnato) per venti giorni, poi trasferisci in vaso quando spuntano i primi germogli nuovi.
Una pianta così non è un ornamento che si compra e si dimentica. È un alleato che chiede poco, dà molto, e insegna il valore di quello che resiste. Nel giardino di mamma Vincenza non ci sono etichette né cartellini. C'è la memoria di una stagione, di una pianta, di una scelta fatta decenni fa che continua a vivere. Questo rosmarino siciliano è una forma di agricoltura che non è scomparsa, solo invisibile. I dati dell'CREA su biodiversità vegetale mostrano che molte varietà locali italiane scompaiono ogni anno dai campi, non perché non funzionino, ma perché nessuno le cataloga. Recuperarle, moltiplicarle, coltivarle nei nostri orti è un modo semplice di restituire valore a quello che i nostri antenati avevano già imparato dalla terra.
