Quando posiamo sul davanzale un vaso di stella di Natale, convinti di accogliere una pianta dal significato biblico, in realtà ospitiamo un arbusto delle montagne messicane dello Stato di Guerrero. E arbusto è la parola giusta: quella che noi conosciamo alta trenta centimetri, in natura è una pianta legnosa che supera i tre metri e ne può raggiungere quattro. L'Euphorbia pulcherrima, questo il suo nome botanico, nulla ha a che fare con Betlemme: è una pianta tropicale che i popoli precolombiani conoscevano da secoli con il nome nahuatl di cuetlaxochitl, che si traduce all'incirca con "fiore che appassisce".
Come la stella di Natale arrivò in Europa
La cronologia che circola su questa pianta è quasi sempre sbagliata di due secoli, quindi conviene fissarla. La stella di Natale non arrivò in Europa con i conquistadores né con i missionari del Seicento: restò confinata al Messico fino al 1825, quando Joel Roberts Poinsett, primo ambasciatore degli Stati Uniti in Messico e botanico dilettante, la incontrò sulle colline attorno a Taxco e ne spedì alcune piante alla propria residenza in South Carolina. Da lì raggiunse i vivai di Filadelfia, poi la Scozia, e infine Berlino, dove nel 1834 il botanico Johann Friedrich Klotzsch le diede il nome scientifico che porta ancora oggi, Euphorbia pulcherrima. In inglese la pianta si chiama poinsettia proprio dal cognome di quell'ambasciatore.
Le sue foglie modificate, che molti scambiano per petali e che in realtà sono brattee, colpirono immediatamente chi la vide: i fiori veri sono i piccoli bottoni gialli al centro, quasi invisibili. E c'è un motivo botanico preciso per cui la pianta fiorisce proprio a dicembre, che non ha nulla di miracoloso: è una specie a giorno corto, che forma le brattee colorate solo quando le notti superano le dodici ore. È la stessa ragione per cui, a casa, difficilmente si ricolora l'anno successivo: basta la luce accesa in salotto la sera a interrompere il conteggio.
La scoperta scientifica e il commercio botanico
Nel diciannovesimo secolo, quando la botanica divenne una disciplina scientifica organizzata, la stella di Natale acquisì importanza anche dal punto di vista commerciale. Le prime serre specializzate iniziarono a coltivarla in gran numero, riconoscendo il valore ornamentale della pianta. Fu soprattutto negli Stati Uniti, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, che la stella di Natale raggiunse il massimo della diffusione, diventando la decorazione natalizia per eccellenza nelle case americane. Da qui il passaggio all'Europa e al resto del mondo fu quasi inevitabile. La vicinanza temporale con le festività natalizie e la facilità con cui la pianta produce fiori durante i mesi invernali la resero ideale come simbolo decorativo del periodo festivo.
Una pianta costruita dall'uomo moderno
Quello che oggi conosciamo come stella di Natale è il risultato di decenni di selezione genetica e ibridazione. I colori accesi, le forme definite e la robustezza rispetto alla pianta originaria sono frutto del lavoro di ricercatori e coltivatori. Le varietà selvatiche messicane sono diverse dalle nostre: meno regolari, con un portamento più irregolare. I selezionatori hanno trasformato un arbusto spontaneo in una macchina ornamentale perfetta. La pianta che acquistiamo oggi, dunque, è tanto messicana nella genetica quanto europea e americana nella forma: una creazione ibrida che esemplifica come il giardinaggio occidentale abbia riscritto il volto di intere specie vegetali per adattarle ai gusti estetici moderni.
Lo strano rapporto tra il nome e l'origine
Qui va corretta un'altra idea diffusa, e la correzione rende la storia più interessante di come viene raccontata: il legame con il Natale non è un'invenzione pubblicitaria europea, è nato in Messico. Già nel Seicento i frati francescani stabiliti nella zona di Taxco usavano questa pianta, che fioriva puntualmente in dicembre, per addobbare le processioni della natività, e in spagnolo si chiama tuttora flor de Nochebuena, fiore della Vigilia. L'accostamento fra la forma stellata delle brattee e la stella di Betlemme è dunque messicano e ha quattro secoli, non è una trovata vittoriana.
Quello che è davvero commerciale, e recente, è la sua diffusione planetaria. A costruirla fu una famiglia di floricoltori californiani, gli Ecke, che dai primi del Novecento ne fecero una coltura industriale e che nel dopoguerra ebbero l'idea decisiva: spedire gratuitamente le loro piante agli studi televisivi americani, perché comparissero sullo sfondo di ogni trasmissione natalizia. Nel giro di due decenni la stella di Natale era diventata l'arredo obbligatorio di dicembre in mezzo mondo.
Oggi, quando la stella di Natale illumina le nostre abitazioni con il suo rosso intenso, portiamo nelle nostre case un frammento della biodiversità messicana trasformato dai secoli di commercio e ibridazione in un emblema universale della festività. Non è una reliquia della Palestina, ma un'ambasciatrice del Messico che ha conquistato il mondo intero grazie al genio botanico e alla saggezza commerciale. Ogni inverno, milioni di persone acquistano queste piante senza sapere che stanno celebrando il Natale con un arbusto delle colline messicane, elegantemente rimpicciolito e reinventato per i nostri salotti.
Una nota sulla tossicità. La fama di pianta pericolosa che accompagna la stella di Natale è largamente esagerata, e i casi gravi che le vengono attribuiti non hanno mai trovato conferma. Resta però un'euforbiacea: il lattice bianco che esce dai tagli irrita la pelle, gli occhi e le mucose, e provoca salivazione e vomito nei cani e nei gatti che ne masticano le foglie. Si pota con i guanti e si tiene fuori dalla portata degli animali.