È agosto a Napoli, le tre del pomeriggio. Nel giardino di una villa nei Decumani, un oleandro rosa carico di fiori si piega appena alla brezza salata. Attorno, la terra è screpolata, il caldo ha superato i 35 gradi. Ma le foglie della pianta rimangono turgide, i boccioli si aprono ancora, indifferenti al caldo che fa crollare le petunie e le margherite nei vasi vicini. Il giardiniere che da quarant'anni bada al giardino non la annaffia nemmeno ogni giorno. "L'oleandro non è una pianta capricciosa", dice, mentre tira giù i rami secchi con le forbici. "Fai il tuo lavoro e te ne dimentichi. È lui che fa il resto."
L'oleandro appartiene alla famiglia delle Apocynaceae, il suo nome scientifico è Nerium oleander. È un arbusto sempreverde che può raggiungere i tre o quattro metri di altezza, caratterizzato da foglie lanceolate di colore verde scuro e fiori profumati che sbocciano da maggio a settembre. In Italia meridionale e nelle isole cresce spontaneamente lungo i torrenti e gli alvei asciutti, dove la disponibilità d'acqua è scarsa per buona parte dell'anno. Non è una pianta da poco: è uno dei vegetali più coltivati nel bacino mediterraneo proprio per la sua straordinaria resistenza alle condizioni climatiche avverse. Quando si parla di xerofite ornamentali, di piante che sopportano siccità prolungata e caldo intenso, l'oleandro è sempre tra i nomi che gli esperti di paesaggistica consigliano per giardini e terrazze.
L'oleandro arriva dal Mediterraneo orientale e dal nord Africa, ma la sua storia in Italia è tutt'altro che recente. Durante il Rinascimento e il Settecento, la pianta è diventata un elemento fissо dei giardini all'italiana e dei giardini medicei di Firenze, dove la si coltivava in vasi trasportabili: era il sistema per proteggerla quando le gelate invernali minacciavano le zone non costiere. Nei secoli successivi, quando le infrastrutture ferroviarie permisero il trasporto rapido di piante da vivaio, l'oleandro si diffuse in tutta l'Europa occidentale. In Francia, nella Costa Azzurra e persino in Inghilterra, divenne simbolo di eleganza e del gusto per l'esotico. Nel Settecento esistevano già descrizioni botaniche dettagliate di varietà diverse, alcune coltivate proprio a scopo ornamentale. La medicina popolare mediterranea ha usato l'oleandro come diuretico e astringente, anche se la ricerca moderna ha confermato che tutte le parti della pianta contengono glicosidi cardioattivi e non devono essere assunte per via orale.
Oggi il mercato offre varietà di oleandro con colori che vanno dal bianco puro al rosso scuro, dal giallo al rosa antico. Esistono cultivar a fiore singolo e a fiore doppio, alcune molto profumate, altre meno. La cultivar Nerium oleander 'Variegatum' ha foglie con margine giallo crema ed è meno vigorosa rispetto al tipo selvatico. La 'Soeur Agnes' regala fiori bianchi intensamente profumati. La 'Petite Pink' rimane compatta, ideale per vasi di medie dimensioni. L'oleandro cresce bene in terreni ben drenati, leggermente calcarei, e predilige posizioni soleggiate e ventilate. Resiste a temperature fino a meno 5 gradi se la pianta è già ben assestata e legionosa, anche se è preferibile proteggerla quando gela. Il ciclo vegetativo dipende dal clima: nelle regioni meridionali può fiorire per cinque mesi consecutivi, mentre al nord la fioritura rimane concentrata tra luglio e settembre.
Quello che dicono e che non è vero
Primo mito: l'oleandro non ha bisogno d'acqua. Falso. La pianta adulta tollera benissimo periodi di siccità, ma questo non significa che non apprezzi irrigazioni regolari nei mesi estivi. Durante la crescita iniziale, soprattutto nei primi due anni dopo il trapianto, ha bisogno di essere mantenuta leggermente umida. Una ricerca del Consiglio per la ricerca in agricoltura ha dimostrato che gli oleandri coltivati in vaso con irrigazione costante producono il 40 per cento di fiori in più rispetto a quelli lasciati secchi tra un'annaffiatura e l'altra.
Secondo mito: tutti gli oleandri sono velenosi e quindi pericolosi in un giardino con bambini. Parzialmente vero, ma esagerato. Tutte le parti della pianta contengono alcaloidi tossici se ingerite, ma il sapore è amaro e difficilmente un bambino ingoierebbe una quantità sufficiente a provocare un danno serio. Detto questo, è corretto tenere la pianta lontana dalla portata dei bambini molto piccoli e lavarsi le mani dopo averla potata, poiché il lattice irritante può causare dermatiti di contatto.
Terzo mito: l'oleandro non fiorisce se viene potato. Incorretto. La potatura è anzi consigliata per stimolare una crescita più compatta e una fioritura più abbondante. La pianta emette nuovi getti dai rami rimossi e ogni nuovo getto può portare fiori.
Come coltivarla con successo
- Esposizione: pieno sole per almeno sei ore al giorno. L'oleandro fiorisce meno se tenuto in mezz'ombra. I raggi diretti sono quello che ama di più.
- Terriccio: un terriccio universale mescolato a una manciata di sabbia grossolana e perlite per garantire un drenaggio eccellente. L'oleandro non sopporta i ristagni idrici, soprattutto in inverno.
- Annaffiatura: durante la crescita e la fioritura, da maggio a settembre, annaffia regolarmente quando il terreno diventa asciutto in superficie. In inverno riduce le annaffiature del 50 per cento, mantenendo il terriccio appena umido.
- Potatura: a fine inverno o inizio primavera, rimuovi i rami malati o deformi e accorcia i rami principali di un terzo. Durante l'estate, togli i rami che sporgono in modo disordinato.
- Rinvaso: ogni due o tre anni, in primavera, usa un contenitore leggermente più grande di quello precedente. L'oleandro non ama i vasi enormi: preferisce stare un po' stretto per produrre più fiori.
Coltivare un oleandro significa avere una certezza botanica che resiste dove altre piante cedono. È una scelta che rispecchia il clima mediterraneo e la saggezza agricola di chi coltiva da generazioni nelle zone calde. Non richiede attenzioni ossessive, non chiede il verde perfetto in ogni ramo, accetta di essere lasciato al sole torrido senza lamenti. È una di quelle piante che ti insegna come il giardinaggio non sempre debba essere complicato, e come il risultato più bello arriva spesso dall'abbinare la giusta pianta al giusto luogo.
