Quando stacchiamo un pomodoro dal ramo caldo di sole in agosto, raccogliamo il risultato di un viaggio che ha attraversato oceani e secoli. Eppure per la maggior parte della storia italiana il pomodoro non è esistito. Il frutto rosso che oggi sentiamo nostro, indissolubile dalla nostra cucina, proviene da terre che gli europei non conoscevano nemmeno cinquecento anni fa. È una storia di scoperte, di diffidenza iniziale, di lenta conquista del palato e infine di assoluta prevalenza. La pianta che oggi coltiviamo con tanta familiarità è stata, per lungo tempo, straniera.
La provenienza americana
Il pomodoro, il cui nome scientifico è Solanum lycopersicum, è originario dei territori dell'America centrale e meridionale. Era noto e coltivato dai popoli precolombiani, in particolare dagli Aztechi, che lo chiamavano con nomi che rimandavano al significato di frutto gonfio. Quando i conquistadores spagnoli giunsero in Mesoamerica nel primo decennio del Cinquecento, incontrarono questa pianta e, impressionati dal suo aspetto e dalla facilità di coltivazione, decisero di portarla indietro in Europa. Insieme a patate, mais e peperoni, il pomodoro divenne uno dei numerosi tesori botanici che attraversò l'Atlantico in quegli anni decisivi per la storia naturale del nostro continente.
L'arrivo in Europa e la lentezza dell'accettazione
Il primo contatto europeo con il pomodoro è avvenuto intorno alla metà del Cinquecento. La pianta fu coltivata inizialmente in Spagna e in Italia, soprattutto nel regno di Napoli e nello Stato pontificio. Per un tempo considerevole, però, il pomodoro non fu mangiato: era ritenuto ornamentale, talvolta addirittura tossico. Questo pregiudizio derivava dal fatto che il pomodoro appartiene alla famiglia delle Solanacee, come la belladonna, una pianta altamente velenosa. Il sentimento comune era che un frutto così vistosamente rosso, così anomalo, dovesse essere pericoloso per l'uomo. Solo le classi più povere e disperatamente affamate osavano assaggiarlo, trovando poi che il sapore era piacevole e che la salute non ne soffriva. Fu un processo lentissimo, quasi un'infrazione alle buone maniere alimentari dell'epoca.
Da sfida a simbolo nazionale
Il pomodoro iniziò a diffondersi veramente come cibo nel corso del Settecento. La trasformazione fu graduale: prima nelle regioni meridionali, dove il clima favoriva una coltivazione più consona al suo temperamento tropicale, poi risalendo lentamente verso il nord. La cucina napoletana fu una delle prime a integrarla nei piatti quotidiani, trasformando un frutto esotico in un elemento ordinario. Con il passare dei decenni, il pomodoro divenne dapprima tollerato, poi cercato, infine indispensabile. Nel corso dell'Ottocento era già un prodotto centrale nell'alimentazione italiana. Oggi, parlare di cucina italiana senza il pomodoro è semplicemente impossibile: la pasta al pomodoro, la pizza, la salsa, il sugo, ogni interpretazione è dominata dalla sua presenza. Quel che era straniero è diventato nativo nella nostra memoria collettiva.
Una curiosità botanica: il falso frutto
Quello che mangiamo quando mordiamo un pomodoro è botanicamente una bacca, non un frutto vero e proprio. La bacca è il risultato dell'ingrossamento dell'ovario del fiore after la fecondazione, e le piccole particelle giallognole che vediamo all'interno sono i semi. Un'altra sorpresa è che il pomodoro è ricco di acqua, fino al novanta per cento del suo peso, il che lo rende poco nutriente dal punto di vista energetico ma straordinariamente rinfrescante. Inoltre, il colore rosso intenso del pomodoro maturo dipende da un pigmento vegetale chiamato licopene, una sostanza che viene persino potenziata dal riscaldamento, il che significa che il pomodoro cotto è, sotto certi aspetti, più salutare di quello crudo. Queste caratteristiche botaniche peculiari facevano parte di ciò che rendeva il pomodoro così sospetto agli occhi europei: un frutto che non si comportava come ci si aspettava.
Da esotico a ordinario in una sola generazione
Quello che impressiona di più, riflettendo sulla storia del pomodoro, è la velocità con cui è passato da rifiuto culturale a normalità assoluta nel giro di poche generazioni. I nostri bisnonni ricordavano ancora un'Italia senza pomodori diffusi; i nostri nonni lo coltivavano negli orti familiari come una conquista naturale. Oggi un bambino nato in un villaggio italiano non riuscirebbe neanche a immaginare cosa fosse la cucina senza questo frutto. Il pomodoro ci racconta come il gusto, come la tradizione, come il senso di appartenenza a una cultura sono costruzioni storiche molto più fragili e mutevoli di quanto crediamo. Quel che è considerato tipico, autentico, originario è talvolta il risultato di una sorprendente sequenza di casualità, incontri, resistenze e infine accoglienza.
Quando quest'estate stacchi un pomodoro dal ramo, saprai che quel gesto collega il tuo orto o il tuo balcone a una storia che parte dalle piramidi azteche, passa attraverso l'Atlantico, attraversa i secoli di scetticismo europeo e approda alla cucina che conosci. La pianta che cresce nel tuo vaso è la testimone silenziosa di come il mondo si sia trasformato nel corso dei secoli, e di come ciò che oggi sentiamo familiare sia stato, un giorno, profondamente straniero.
