Quanto tempo resta per potare la lavanda
Guarda il cespuglio per un minuto e rispondi a queste domande.
Gli steli fioriti sono ancora azzurri o sono già grigi e asciutti al tatto? Le api ci vanno ancora sopra la mattina, oppure il cespuglio è tornato silenzioso? Passando la mano fra i rami, alla base, senti foglioline verdi o solo legno nudo? Sulle punte dei rametti ci sono germogli chiari, corti, appena spuntati? E le notti: la mattina il terrazzo è bagnato di rugiada, oppure fa ancora la stessa temperatura del pomeriggio?
Se i fiori sono secchi, le api se ne sono andate e le notti hanno cominciato a rinfrescare, sei nel punto giusto della stagione. Se il cespuglio è ancora in fiore e le notti restano calde, hai davanti qualche settimana e non c'è nessuna fretta.
La finestra utile per la potatura della lavanda si apre alla fine della fioritura e si chiude quando la pianta non ha più tempo per rimarginare i tagli prima del freddo. Il segnale non è una data ma un conto semplice: dopo il taglio servono ancora quattro o cinque settimane di clima mite. Nelle zone interne del nord questo vuol dire arrivare al massimo alla metà di settembre; lungo le coste del centro e del sud si può lavorare fino a ottobre inoltrato.
Cosa succede se anticipi il taglio
Anticipare di pochi giorni non cambia nulla. Anticipare di due o tre settimane, cioè tagliare mentre il cespuglio è ancora in piena fioritura, si vede e produce due effetti diversi.
Il primo riguarda la pianta. Una lavanda potata quando è ancora in attività risponde subito emettendo vegetazione nuova, perché la temperatura è alta e le giornate sono lunghe. Quei germogli crescono in fretta, restano teneri e arrivano all'autunno senza aver formato tessuto legnoso. Sono la parte che il primo freddo secco danneggia per prima, e il danno si vede in inverno come punte marroni sparse su tutta la superficie del cespuglio.
Il secondo riguarda la fioritura. Nella lavanda a spiga stretta i fiori si formano sulla vegetazione dell'anno, e un taglio anticipato interrompe la produzione di nettare nel momento in cui il cespuglio è più utile agli insetti. Non è un danno per la pianta, ma è una perdita gratuita.
La misura dell'effetto va tenuta a mente. Un anticipo di due settimane su un cespuglio ancora fiorito conta e si nota l'inverno successivo. Un anticipo di due o tre giorni su una pianta con i fiori già asciutti non ha nessuna conseguenza osservabile. Se i fiori sono passati e il colore è andato, il momento è arrivato, indipendentemente dal giorno del mese.
Cosa succede se rimandi di una settimana o di un mese
Fino a metà settembre, nella maggior parte d'Italia, non si perde niente. La pianta ha ancora tempo per chiudere i tagli e per emettere una vegetazione che fa in tempo a indurirsi.
Dalla fine di settembre in poi il margine si assottiglia settimana per settimana. Il taglio continua a stimolare germogli, ma questi crescono con temperature più basse e non riescono più a lignificare. Il risultato non è la morte della pianta: sono punte danneggiate e un cespuglio che a marzo riparte più tardi e più disordinato.
Da ottobre in avanti, nelle zone fredde, conviene fermarsi. Chi non ha potato non deve rimediare in fretta, perché il rimedio fatto tardi costa più del ritardo. Restano due cose sensate da fare, e sono entrambe innocue: si tolgono a mano gli steli fioriti secchi, tirandoli o tagliandoli alla base della spiga senza toccare la parte verde sotto, e si lascia il resto per la fine dell'inverno.
Chi salta del tutto un anno di potatura non compromette la pianta. Il cespuglio diventa un po' più aperto e un po' più legnoso alla base, e la potatura dell'anno successivo dovrà lavorare su una forma peggiore. Saltarne tre o quattro di seguito è un'altra cosa: a quel punto la parte verde si è spostata tutta verso l'esterno, il centro si è spogliato e la forma non si recupera più.
Cosa fare oggi, nell'ordine giusto
Si lavora in una giornata asciutta, senza pioggia prevista per le ventiquattro ore successive. Il taglio su tessuto bagnato resta umido a lungo ed è la via d'ingresso più comune per i marciumi.
Prima di cominciare si prendono le forbici e si controlla che siano affilate e pulite. Una lama che schiaccia invece di tagliare lascia una superficie sfrangiata che cicatrizza male, e si riconosce facilmente: se il rametto reciso presenta il bordo schiacciato e non netto, la lama va sostituita o affilata. Fra una pianta e l'altra si passa uno straccio pulito sulle lame, soprattutto se si sospetta una pianta malata.
Il passaggio decisivo viene prima del taglio ed è visivo. Bisogna individuare dove finisce la parte verde e dove comincia il legno. Si scosta il fogliame con una mano e si guarda la base dei rami: si vede una zona chiara, grigia, priva di foglie e di gemme. Quella è la parte da non toccare. Nella maggioranza dei casi il legno vecchio della lavanda non ricaccia, e un ramo tagliato lì sotto resta un moncone secco per sempre.
Il taglio si fa restando due o tre dita sopra l'inizio del legno, in modo che su ogni rametto restino foglie e gemme visibili. È il criterio più semplice per capire se si sta andando bene: dopo aver tagliato, guarda il moncone. Se ci vedi foglioline verdi, hai lavorato nel punto giusto. Se vedi solo legno grigio, sei sceso troppo.
Conviene procedere a ciuffi. Si afferra con una mano un mazzo di steli, si tira leggermente verso l'alto e si taglia sotto la mano, tenendo la forbice inclinata. In questo modo la superficie recisa segue una curva e il cespuglio mantiene la forma a cupola, che è la forma che serve: una calotta chiusa fa scivolare l'acqua verso l'esterno e mantiene la vegetazione distribuita su tutta la superficie.
La quantità da togliere dipende da quello che si trova. In genere si asporta poco meno di un terzo dell'altezza, cioè gli steli fioriti più una parte del verde sotto. Se togliendo un terzo si arriva già al legno, si toglie meno e si accetta che quella pianta abbia una forma imperfetta.
Alla fine si raccolgono i residui da terra e si spazzano via dal centro del cespuglio, dove trattengono umidità.
Gli errori più comuni
- Scendere nel legno vecchio. Si fa perché la pianta appare disordinata e si vorrebbe rimetterla in forma con un taglio deciso. Il legno della lavanda però è quasi sempre privo di gemme latenti, e quei rami non ripartono. Si corregge fermandosi appena sopra l'ultimo ciuffo di foglie visibile su ciascun ramo.
- Potare a marzo invece che a fine estate. Si fa per abitudine, applicando alla lavanda il calendario delle rose. Una potatura primaverile toglie la vegetazione su cui si sarebbero formati i fiori, e il risultato è un cespuglio verde che fiorisce poco. In primavera si fa solo la pulizia delle parti danneggiate dal gelo.
- Tagliare tutto alla stessa altezza con il tagliasiepi. Si fa per velocità su bordure lunghe. Il taglio piatto porta alcuni rami nel legno e altri troppo in alto, e lascia il centro scoperto. Si corregge lavorando a mano sulle piante irregolari e usando l'attrezzo solo su bordure giovani e uniformi.
- Potare con la pianta assetata. Si fa senza pensarci, nelle giornate calde di fine agosto. Una lavanda in stress idrico chiude i tagli più lentamente. Si corregge annaffiando abbondantemente due o tre giorni prima e potando quando il terreno è ancora leggermente fresco in profondità.
- Concimare dopo la potatura. Si fa pensando di aiutare la ripresa. L'azoto in questa fase produce vegetazione tenera che non fa in tempo a indurire, ed è esattamente il problema che si voleva evitare. Si corregge non concimando affatto: la lavanda vive bene in terreni poveri.
- Lasciare i residui dentro il cespuglio. Si fa per fretta. Gli steli tagliati caduti al centro restano umidi e favoriscono i marciumi al colletto. Si corregge togliendoli a mano prima di andarsene.
- Rinunciare a intervenire su una pianta già legnosa. Si fa per paura di sbagliare. Una lavanda molto vecchia si può tentare di recuperare, ma non adesso: la potatura severa, quella che entra nel legno sperando in un ricaccio, va fatta a fine inverno, su una parte sola della pianta, tenendo il resto intatto. È una scommessa che spesso non riesce, e va detto prima di provarci.
Quello che si faceva una volta
- Potare la lavanda dopo San Giovanni, a fine giugno. Nasce da un'osservazione vera: nelle zone dove la lavanda fiorisce presto, a fine giugno la fioritura è finita davvero, ed è il momento giusto. La regola regge dove regge il clima, e non regge dove la fioritura arriva ad agosto. Il criterio da guardare non è la data ma lo stato dei fiori.
- Raccogliere le spighe a metà mattina, con la rugiada già asciutta. Regge, ed è una delle pratiche tradizionali più solide. Il profumo dipende dagli oli essenziali contenuti nei fiori, e la raccolta su pianta asciutta evita che le spighe ammuffiscano durante l'essiccazione. Chi raccoglie all'alba, con la pianta bagnata, se ne accorge dopo, quando i mazzi anneriscono.
- Potare in luna calante. Nasce dall'osservazione che i tagli fatti in certi periodi sembrano trasudare meno linfa. Le prove condotte in agricoltura non hanno prodotto risultati concordi, e sulla lavanda l'effetto della fase lunare, se esiste, è comunque molto minore di quello della temperatura e dell'umidità di quella settimana. Chi segue il calendario lunare non fa danni, purché non aspetti la fase giusta oltre la fine della finestra utile.
- Mettere calce o cenere ai piedi delle piante. L'osservazione da cui nasce è corretta: la lavanda soffre nei terreni acidi e compatti, e in molte zone la calce aveva effettivamente migliorato la situazione. Su un terreno già calcareo, che in gran parte d'Italia è la norma, l'aggiunta non serve a niente. Prima di ripetere il gesto conviene sapere che terra si ha.
- Non annaffiare mai la lavanda una volta attecchita. Regge nei terreni profondi e in piena terra, dove la pianta arriva all'umidità con le radici. Non regge in vaso, dove il volume di terra è limitato e una siccità prolungata porta al disseccamento dei rami dall'interno. La differenza da guardare è il contenitore, non la specie.
Cosa guardare nelle settimane successive
Nei dieci o quindici giorni dopo il taglio la pianta non fa niente di visibile, ed è normale. Il primo segnale utile arriva dopo: sui monconi compaiono germogli corti, distribuiti su tutta la superficie della cupola. Se compaiono uniformemente, il taglio è stato fatto all'altezza giusta.
Se una zona resta cieca, cioè senza nessun germoglio, quasi sempre si è scesi troppo in basso proprio lì. Non c'è niente da fare adesso: si segna mentalmente la zona e la si valuta a fine inverno, quando si vedrà se quei rami sono seccati o se hanno prodotto qualcosa alla base.
Nelle settimane seguenti va controllato il piede della pianta dopo le prime piogge autunnali. Se il colletto resta sommerso di foglie o di residui, va liberato. Il ristagno alla base, non il freddo, è la causa più frequente di perdita di una lavanda adulta.
Il prossimo intervento è a fine inverno, fra febbraio e marzo secondo la zona, e consiste soltanto nel togliere le punte danneggiate dal gelo e i rami spezzati. Non è una seconda potatura di forma: quella si fa una volta l'anno, e si è appena fatta.