In cantina o sul balcone ci sono i vasi dell'anno scorso, con dentro il substrato dei gerani o del basilico, asciutto e pieno di radici secche. La domanda è se buttarlo e ricomprare, oppure usarlo per i rinvasi di questa stagione. Riutilizzare il terriccio si può nella maggior parte dei casi, a due condizioni: che la pianta che c'era dentro non sia morta per marciume o per un attacco fungino, e che il substrato non abbia odore. Se queste due condizioni ci sono, quello che manca è recuperabile mescolando materiale nuovo. Se manca anche solo una delle due, il terriccio va scartato e non c'è modo di sistemarlo in casa. Qui sotto trovi come si controlla, che cosa si è consumato davvero in un anno di uso, come si rigenera il terriccio ancora buono, in quali casi non si riutilizza e dove si butta quello da scartare.
Che cosa non è
Il terriccio usato viene chiamato esausto, e la parola porta fuori strada: fa pensare a un materiale morto, mentre quasi sempre è solo impoverito e compattato. Sono due cose diverse e si distinguono con le mani e con il naso.
Annusa. Prendi una manciata dal centro del vaso e avvicinala. Un substrato riutilizzabile ha odore di terra, di bosco, di niente. Un substrato da scartare ha un odore acido, stagnante, che ricorda l'uovo o la palude: significa che ci sono stati processi di fermentazione senza ossigeno, cioè quello che accompagna i marciumi radicali.
Stringi. Prendi una manciata leggermente umida e chiudi il pugno. Un substrato ancora strutturato si compatta ma poi si sgretola quando lo tocchi con un dito. Uno degradato resta appiccicoso, forma una palla che non si rompe e lascia le dita sporche: le particelle si sono ridotte in poltiglia e gli spazi d'aria non ci sono più.
Guarda. Rovescia il vaso su un telo. Radici vecchie secche e sbriciolabili sono normali e si tolgono. Radici scure, molli e viscide, o una massa nerastra attorno al colletto, dicono che la pianta è morta di marciume. Filamenti bianchi diffusi in tutto il pane di terra, non solo in superficie, e un odore di fungo intenso, indicano una colonizzazione profonda e sono un altro motivo di scarto.
Setaccia con le dita. Larve bianche a forma di C, gallerie, insetti in movimento: il substrato non si riutilizza tale e quale.
Che cosa succede nel vaso
In una stagione di coltivazione un terriccio cambia in tre modi, e nessuno dei tre lo rende inutilizzabile da solo.
Il primo riguarda la materia organica. La torba, la fibra di cocco, la corteccia e il compost che compongono il substrato sono materiali vegetali che i microrganismi del vaso decompongono lentamente. Con la decomposizione le fibre si accorciano, il volume complessivo cala e la superficie del vaso si abbassa: chi ha coltivato in un contenitore per una stagione lo nota, perché in autunno il substrato arriva più in basso rispetto al bordo di quanto arrivasse in primavera. Quello che si è perso non è sparito, si è mineralizzato, cioè trasformato in composti semplici.
Il secondo riguarda la struttura fisica, ed è la conseguenza del primo. Le particelle grosse che tenevano aperti gli spazi d'aria si sminuzzano, i pori grandi si riducono e il substrato si compatta. Un terriccio compattato trattiene più acqua e contiene meno ossigeno, che è esattamente la condizione in cui le radici lavorano peggio. È il motivo principale per cui un terriccio riutilizzato tale e quale dà risultati peggiori del previsto: non perché sia povero, ma perché non respira.
Il terzo riguarda la chimica. I nutrienti della concimazione di fondo si esauriscono in poche settimane e vengono in parte assorbiti dalla pianta, in parte lavati via dall'acqua di drenaggio. Nel frattempo i sali che non vengono assorbiti, quelli dell'acqua del rubinetto e quelli dei concimi liquidi, si accumulano. Il risultato è un substrato con pochi nutrienti utili e una salinità più alta di quella di partenza, e sono due problemi diversi che vanno affrontati entrambi.
Nessuno di questi tre processi produce un materiale tossico. Producono un materiale meno arieggiato e meno nutriente, e questo si corregge aggiungendo.
Che cosa fare adesso
- Svuota e setaccia. Rovescia il substrato in una carriola o su un telo e togli a mano radici, pezzi di fusto, sassi ed etichette. Sbriciola le zolle. È il passaggio che richiede più tempo e che conta di più, perché i residui grossolani sono il punto da cui ripartono muffe e larve.
- Fallo asciugare al sole per un paio di giorni, stendendolo in uno strato sottile. L'asciugatura completa riduce le larve e le uova presenti e rende il materiale più facile da mescolare. Non è una sterilizzazione e non pretende di esserlo.
- Dilava, se vedi croste bianche. Se il substrato mostra depositi salini, passalo sotto acqua corrente in un setaccio o annaffialo abbondantemente in un contenitore forato, lasciando scolare. Serve a portare via i sali accumulati.
- Mescola con materiale nuovo. È la parte che rigenera davvero. Una proporzione che funziona è metà terriccio usato e metà terriccio nuovo. Alla miscela va aggiunto materiale che restituisce struttura, cioè perlite, pomice o lapillo in ragione di una parte su cinque, perché il problema principale del terriccio riutilizzato è l'aria, non il cibo.
- Aggiungi un ammendante. Compost maturo o stallatico pellettato ben decomposto reintegrano la parte organica e i nutrienti a lento rilascio. Vanno mescolati bene e non appoggiati in superficie.
- Usalo dove serve meno struttura. Anche non rigenerato, il terriccio usato va benissimo per riempire il fondo di vasi molto grandi, per le fioriere di stagionali robuste, per rincalzare le aiuole. Il materiale scadente sta in basso, quello buono nei venti centimetri dove stanno le radici.
- Il rinvaso in terriccio usato non rigenerato va evitato per piante delicate, semine e talee. Nelle semine serve un substrato fine, arieggiato e povero, e un terriccio dell'anno prima è l'opposto di tutte e tre le cose.
Come si evita che torni
L'abitudine che rende il terriccio inservibile a fine stagione, quasi sempre, è l'eccesso d'acqua: un substrato tenuto costantemente saturo si compatta più in fretta, perde ossigeno e favorisce i marciumi che poi obbligano a buttarlo. Annaffiare a controllo e non a calendario allunga la vita del substrato oltre che quella della pianta.
La seconda abitudine utile riguarda la fine della stagione. Svuotare i vasi appena la pianta è finita, setacciare e mettere il substrato all'asciutto sotto una tettoia richiede mezz'ora e lo conserva bene per l'anno successivo. Lasciarlo nei vasi all'aperto tutto l'inverno, con la pioggia che lo attraversa, lo compatta e lo dilava.
Il risultato della rigenerazione non si vede subito. Un substrato appena rimescolato ha bisogno di qualche settimana perché la parte organica aggiunta si assesti, e le piante messe a dimora ci mettono lo stesso tempo delle altre a ripartire. Non è un materiale che dà una spinta immediata, è un materiale che torna a funzionare normalmente.
Quando invece va guardato meglio
Ci sono casi in cui non si riutilizza e non si rigenera, e conviene essere netti.
Il primo è la pianta morta per marciume radicale o per un attacco fungino al colletto. Gli organismi responsabili restano nel substrato, e mescolarlo con materiale nuovo li distribuisce nel vaso successivo invece di eliminarli.
Il secondo è l'odore. Un substrato che sa di stagnante anche dopo essere stato steso ad asciugare per giorni non recupera.
Il terzo sono le colture che hanno avuto malattie del terreno, come i pomodori con problemi al colletto o alle radici, e le piante che hanno ospitato larve in quantità.
Quello da scartare non va gettato nello scarico né sparso sotto piante della stessa specie. Va nel rifiuto organico dove il regolamento comunale lo prevede, verificando le regole locali perché cambiano da comune a comune, altrimenti nell'indifferenziato. Chi ha un giardino può distribuirlo in strato sottile in un'area senza colture, dove il tempo e i microrganismi fanno il resto.
Quel vaso rimasto in cantina, nella maggior parte dei casi, contiene ancora materiale utile. Bastano un naso, una manciata stretta nel pugno e mezz'ora di setaccio per saperlo.