L'aloe vera sta sul davanzale della cucina perché serve, e ogni tanto se ne taglia una foglia per la pelle. Poi si scopre che per il gatto la stessa pianta è un problema, e la cosa sembra una contraddizione. Non lo è: la parte che si usa sulla pelle e la parte che dà disturbi se ingerita sono due strati diversi della stessa foglia. La misura è contenuta, i segnali sono digestivi e passano nel giro di un giorno, ma sono abbastanza fastidiosi da valere qualche accorgimento.
La pianta e la fama che ha
L'aloe vera ha una reputazione costruita sul suo uso: pianta curativa, da avere in casa, utile su scottature e piccole irritazioni della pelle. Da qui nasce l'idea che sia innocua per definizione, e la sorpresa quando compare fra le specie tossiche per cani e gatti nell'elenco delle piante nocive per gli animali domestici dell'ASPCA.
Le due cose convivono senza contraddirsi. L'uso esterno riguarda il gel trasparente che sta al centro della foglia; il problema per gli animali riguarda soprattutto un altro strato, che sta appena sotto la buccia e che nell'uso cosmetico viene scartato.
La voce che circola sbaglia quindi non nel merito ma nella generalizzazione. Non è la pianta a essere problematica: è una sua parte, e sapere quale cambia completamente il modo di gestirla.
La sostanza
Sotto la buccia verde della foglia, in uno strato sottile, scorre un succo giallo amaro che l'aloe rilascia quando viene tagliata. Questo succo contiene antrachinoni, composti di cui l'aloina è il rappresentante più noto.
Gli antrachinoni agiscono sull'intestino stimolandone i movimenti e richiamando liquidi nel lume intestinale. È un effetto lassativo, ed è il motivo per cui l'aloina è stata usata storicamente con questo scopo. Negli animali domestici, che hanno una massa corporea ridotta rispetto a quella umana, l'effetto si manifesta con quantità molto minori.
Il gel interno, quello trasparente e denso che occupa il centro della foglia, è cosa diversa. È composto in larghissima parte da acqua e da polisaccaridi, e contiene quantità molto inferiori di antrachinoni. È la parte che nella lavorazione cosmetica viene separata proprio per questo.
Nel morso di un gatto, però, la separazione non avviene. L'animale taglia la foglia intera e prende insieme buccia, strato giallo e gel, quindi assume la parte problematica insieme a quella che non lo è.
La pianta produce questo succo come difesa. È amaro e sgradevole, e serve a scoraggiare gli erbivori nelle zone aride dove una foglia carnosa e piena d'acqua è un bersaglio evidente. Anche qui l'amaro è la prima barriera, e nella maggior parte dei casi funziona.
Cosa succede se ne ingoia un bambino o un gatto
Nel gatto i segnali sono digestivi e non compaiono nell'istante del morso, ma dopo. È una differenza importante rispetto alle piante con cristalli: qui la sostanza deve arrivare all'intestino e agire, quindi passano ore fra il morso e i sintomi.
Il quadro tipico comprende vomito e feci molli o liquide, a volte perdita di appetito e minore vivacità. Compaiono in genere nel corso della giornata e si risolvono nella maggior parte dei casi entro un giorno o poco più, senza conseguenze.
Alcuni gatti mostrano anche salivazione, dovuta al sapore amaro più che a un'irritazione delle mucose. Un altro segnale che a volte compare è un colore anomalo delle urine, che si scurisce: è un effetto dei pigmenti presenti nella pianta ed è transitorio.
La cosa a cui prestare attenzione è la disidratazione, e riguarda soprattutto gattini, gatti anziani o animali già debilitati. Diarrea che prosegue oltre la giornata, rifiuto persistente dell'acqua e abbattimento marcato sono i segnali che cambiano la valutazione.
Nel bambino piccolo il sapore amaro ferma quasi sempre l'assaggio. Se ne ingoia un pezzo, ci si può aspettare nausea, dolore addominale e feci molli, con la stessa durata contenuta. Il gel usato sulla pelle non pone problemi di questo tipo.
Cosa fare subito e chi chiamare
Si tolgono dalla bocca i frammenti rimasti e si sciacqua con acqua fresca. Si lascia a disposizione acqua pulita, senza forzare l'animale a bere: con un effetto che richiama liquidi nell'intestino, l'idratazione è la cosa che conta di più.
Non si provoca il vomito. Non si somministrano latte, integratori o rimedi casalinghi, e non si danno farmaci contro la diarrea di propria iniziativa.
Poi si osserva per il resto della giornata e per quella successiva. Un episodio isolato di vomito o di feci molli in un animale che continua a bere e a muoversi normalmente non richiede altro.
Si chiama il veterinario se la diarrea prosegue oltre la giornata, se il vomito si ripete, se l'animale rifiuta l'acqua, se appare abbattuto o se si tratta di un gattino, di un gatto anziano o di un animale con problemi noti. Per un bambino ci si rivolge al pediatra o al centro antiveleni. In entrambi i casi si tengono pronti un pezzo della pianta e l'ora del fatto.
Come riconoscerla dalle piante simili innocue
L'aloe vera si confonde con le agavi, che hanno foglie carnose simili ma sono piante diverse, e con alcune haworthie di taglia minore.
Il carattere decisivo è il contenuto della foglia. Tagliando trasversalmente una foglia di aloe si vede subito la struttura a tre strati: la buccia verde, un sottile margine giallastro appena sotto e il gel trasparente al centro. Le agavi hanno un tessuto fibroso e non un gel.
Il secondo carattere è il margine. L'aloe vera ha denti chiari, morbidi e distanziati lungo il bordo, che si piegano sotto la pressione del dito. Le agavi hanno denti rigidi e una spina terminale dura e pungente all'apice della foglia.
Il terzo è il portamento. L'aloe forma una rosetta aperta con foglie carnose che si allargano verso l'esterno, spesso con piccole macchie chiare sulla superficie nelle piante giovani, e produce polloni alla base.
Dove collocarla perché il problema non si ponga
L'aloe ha un difetto specifico dal punto di vista della convivenza: le foglie sono carnose, cedevoli sotto il dente e piene di liquido. Un gatto che morde una foglia rigida come quella della sansevieria non ottiene nulla, mentre da una foglia di aloe ottiene subito qualcosa, ed è per questo che alcuni animali insistono.
La collocazione più semplice è il bagno, se la stanza riceve luce sufficiente, oppure un davanzale a cui il gatto non arriva perché non ha appoggi vicini. L'aloe ha bisogno di molta luce, quindi le posizioni in ombra non sono un'opzione.
Un ripiano alto funziona solo se attorno c'è spazio libero. L'aloe è però una pianta pesante e con la rosetta larga, quindi conviene un piano stabile e non una mensola stretta da cui si rovescia.
Le foglie tagliate per uso domestico non vanno lasciate sul piano di lavoro o nel lavandino: sono la parte più attraente in assoluto, perché già aperte e cedevoli. Vanno usate e poi riposte in frigorifero chiuse o eliminate. Lo stesso vale per le foglie basse che seccano e si staccano, da raccogliere dal vaso e dal pavimento.
Alternative sicure
- Haworthia. Rosetta carnosa e compatta con lo stesso aspetto succulento, in una taglia piccola e senza antrachinoni.
- Echeveria. Rosette regolari e decorative per gli stessi davanzali luminosi, prive di rischi.
- Peperomia. Foglie spesse e piene per chi cerca la consistenza carnosa in una pianta da interno.
Gli errori più comuni
- Dedurre dall'uso sulla pelle che sia innocua se ingerita: sono due strati diversi della stessa foglia, e quello sotto la buccia dà disturbi digestivi.
- Lasciare una foglia tagliata sul piano di lavoro o nel lavandino, dove è la parte più facile e più attraente da mordere.
- Metterla in ombra per tenerla lontana dal gatto: l'aloe ha bisogno di molta luce, e si sposta in alto o in una stanza chiusa, non al buio.