Da oggi, 23 luglio, il calendario contadino apre il capitolo più temuto dell'estate: la canicola. Sono i giorni che i Romani chiamavano dies caniculares, i giorni del Cane, perché coincidevano con la comparsa all'alba di Sirio, la stella più luminosa del cielo notturno, nella costellazione del Cane Maggiore. Si credeva che il suo splendore, sommandosi a quello del Sole, gonfiasse il caldo fino a renderlo insopportabile.

Oggi sappiamo che Sirio non c'entra nulla con le temperature. E sappiamo anche un'altra cosa che quasi nessuno ricorda: per via della precessione degli equinozi, la levata eliaca di Sirio alle nostre latitudini si è spostata avanti di settimane nei secoli, e cade ormai verso metà agosto. La data del 23 luglio è dunque una convenzione ereditata, non un fatto astronomico. Ma resta un ottimo promemoria pratico: i 32 giorni che si aprono adesso e si chiudono intorno al 24 agosto sono, statisticamente, i più caldi dell'anno in Italia.

E in questo mese l'errore più costoso che si possa fare nell'orto ha un nome preciso: irrigare male.

1. Mai nelle ore centrali

È la regola che apre tutti i calendari agricoli, ed è quella che i contadini rispettavano con maggiore rigore. Tra le 11 e le 17 l'acqua distribuita in superficie evapora prima di raggiungere le radici: una quota consistente di quello che si versa non arriva mai a destinazione.

C'è poi un secondo motivo, meno intuitivo. L'acqua fredda su un terreno arroventato e su una pianta in piena traspirazione provoca uno shock termico: gli stomi si chiudono, l'assorbimento si blocca, e la pianta esce dall'irrigazione più stressata di prima.

Va invece ridimensionata la vecchia credenza dell'effetto lente, secondo cui le gocce sulle foglie funzionerebbero da lenti d'ingrandimento e brucerebbero i tessuti. Su foglie lisce il fenomeno è trascurabile: resta possibile solo su foglie molto pelose, dove la goccia rimane sollevata. Il vero problema delle ore centrali è lo spreco, non la bruciatura.

2. L'alba batte il tramonto

La formula tradizionale recita "all'alba o al tramonto", e per secoli è stata l'unica possibile: chi lavorava nei campi dall'alba non poteva irrigare all'alba, e rimandava a sera. Ma se oggi possiamo scegliere, la scelta giusta è una sola.

Bagnare al tramonto lascia terreno e chioma umidi per 10-12 ore consecutive, quando le temperature scendono e l'umidità relativa sale. È la condizione ideale per oidio, peronospora, botrite e marciumi del colletto, che proprio in questo periodo trovano la massima spinta. L'irrigazione all'alba, invece, dà alla pianta l'intera giornata per asciugare la superficie fogliare, e la rifornisce prima che inizi la fase di massima traspirazione.

Il tramonto resta accettabile a una condizione: irrigare solo alla base, senza toccare le foglie, su un terreno che drena bene.

3. Poche irrigazioni abbondanti, non tante leggere

È il consiglio che ribalta l'istinto di quasi tutti. Bagnare un po' ogni giorno sembra premuroso, ma è il modo più sicuro per indebolire una pianta.

L'acqua distribuita in piccole dosi inumidisce solo i primi 3-4 centimetri di terreno, e le radici, che seguono l'umidità, restano concentrate in superficie: esattamente lo strato che si asciuga per primo e si scalda di più. Una pianta abituata così diventa dipendente dall'annaffiatura quotidiana e collassa al primo giorno saltato.

Meglio irrigare in profondità ogni 2-3 giorni, verificando con un dito o un bastoncino che l'umidità sia scesa di almeno 15-20 centimetri. Le radici seguiranno l'acqua verso il basso, dove il terreno resta fresco anche a mezzogiorno.

4. L'acqua va alla base, non sulla chioma

Nell'orto estivo la doccia dall'alto è il gesto più diffuso e il meno utile. Bagna le foglie, che l'acqua non la assorbono, disperde una parte del getto nell'aria e lascia le radici a bocca asciutta.

Ala gocciolante, manichetta forata o semplice annaffiatoio appoggiato al colletto: il principio è lo stesso. Pomodori, zucchine, cetrioli, meloni e fagiolini ringraziano in modo particolarmente evidente, perché sono anche le colture più esposte alle malattie fungine che l'acqua sulla chioma alimenta.

5. Una zappata vale un'irrigazione

Il proverbio è tra i più antichi del repertorio contadino, e resta valido. Rompere la crosta superficiale del terreno dopo ogni bagnatura interrompe i capillari attraverso cui l'acqua risale ed evapora. Il risultato è che l'umidità resta dov'è utile.

Alla sarchiatura la tradizione affiancava la pacciamatura: paglia, sfalcio d'erba secca, foglie, oggi anche teli di juta o corteccia. Uno strato di 5-6 centimetri abbassa la temperatura del suolo, riduce l'evaporazione in modo netto e tiene a bada le infestanti, che competono per la stessa acqua. Nei mesi della canicola è probabilmente l'intervento con il miglior rapporto tra fatica e beneficio.

Fino a quando

Il calendario tradizionale chiude la canicola intorno al 24 agosto, con una serie di detti che segnano il ritorno delle prime piogge utili. Fino ad allora la regola generale è la stessa che i contadini applicavano senza conoscerne la spiegazione fisiologica: dare alla pianta l'acqua quando riesce a usarla, e proteggere il terreno nel resto della giornata.

Chi supera bene questo mese arriva a settembre con un orto ancora produttivo. Chi lo affronta con l'annaffiatoio a mezzogiorno, quasi mai.