Chi cammina oggi lungo un fossato della Pianura Padana vede cespugli di olmo alti due o tre metri, fitti, con le foglie asimmetriche alla base. Sembrano arbusti, e nessuno li guarda. Sono invece i resti di un albero che arrivava a venti metri e che per duemila anni ha retto le viti di mezza Italia settentrionale. Quei cespugli non crescono perché non riescono: appena superano una certa altezza muoiono.

L'olmo campestre, Ulmus minor, era l'albero della piantata padana insieme all'acero campestre. La piantata era il sistema con cui si coltivava la campagna emiliana, veneta, lombarda e marchigiana: filari di alberi capitozzati, la vite che si arrampicava sul tronco e passava da una pianta all'altra formando festoni, e sotto il grano o il foraggio. Un solo pezzo di terra dava vino, cereali, legna e foglie per il bestiame. L'acero e l'olmo erano i due tutori classici. Oggi dell'acero restano le siepi; dell'olmo restano i cespugli.

Che cosa faceva un olmo in un filare di viti

Il tutore vivo non era solo un palo che si era piantato da solo. L'olmo veniva capitozzato, cioè tagliato in cima, così che sviluppasse rami laterali robusti su cui appoggiare i tralci. La chioma andava potata ogni anno per non fare troppa ombra alla vite, e quello che si tagliava non si buttava: le foglie di olmo erano un foraggio nutriente per le vacche da latte, tanto che nelle campagne l'espressione «fare la foglia» significava esattamente andare a raccogliere foglie d'olmo.

C'era poi il legno, duro, pesante, di colore scuro, ottimo per mobili e pavimenti ma pessimo da bruciare. E c'era la radice, che scendeva in profondità e non rubava acqua alla vite negli strati superficiali. Chi impiantava un filare di olmi non stava mettendo un sostegno: stava costruendo un sistema che avrebbe dato reddito per un secolo, perché l'olmo campestre supera senza difficoltà i cento anni e in condizioni buone arriva molto più in là.

Un fungo arrivato dall'Asia

La grafiosi dell'olmo è causata da Ophiostoma ulmi, un fungo di origine asiatica comparso in Europa negli anni Venti del Novecento. Non attacca le foglie e non marcisce la corteccia: entra nei vasi conduttori, quelli che portano la linfa dalle radici alla chioma, e li occlude. La pianta smette di ricevere acqua nella parte alta, i rami disseccano dall'estremità verso il basso, e nel giro di una o due stagioni l'albero è morto in piedi.

Il fungo da solo non si sposta. A portarlo da una pianta all'altra sono piccoli coleotteri del genere Scolytus, gli scolitidi, che scavano gallerie sotto la corteccia degli olmi malati e ne escono coperti di spore. Volano su un olmo sano, cominciano a scavare, e l'infezione ricomincia. È un meccanismo che si autoalimenta: più olmi malati ci sono, più insetti si riproducono, più velocemente si diffonde.

La prima ondata degli anni Venti fece danni gravi ma non decisivi. Fu la seconda, a partire dagli anni Sessanta, a cancellare gli olmi maturi dal paesaggio italiano ed europeo. In pianura si continuò a usare l'olmo come tutore della vite fino agli anni Settanta, poi non ci fu più niente da usare.

Perché sopravvive come cespuglio

Ed è qui che sta la parte che quasi nessuno sa. L'olmo campestre non si è estinto: si è ritirato in una forma che la malattia non riesce a colpire.

Gli scolitidi hanno bisogno di corteccia abbastanza spessa per scavare le loro gallerie, e la trovano sui fusti che hanno superato una certa dimensione. Un olmo giovane, sotto i due o tre metri, ha la corteccia troppo sottile e passa inosservato. Così la pianta ricaccia dalla base, forma un cespuglio, cresce fino a quando il fusto si ingrossa abbastanza da diventare visibile agli insetti, si ammala e muore. Poi ricaccia di nuovo dalle radici, che restano vive, e ricomincia.

Quei cespugli lungo i fossi sono olmi in un ciclo che non si chiude mai. La specie è ancora diffusissima in Italia, ben adattata al clima e ai terreni, ma non riesce più a diventare albero. È sopravvissuta rinunciando alla propria forma adulta.

Non è stata solo la malattia

Attribuire alla grafiosi la fine della piantata è comodo ma parziale, e vale la pena dirlo perché lo si legge quasi ovunque. Se il fungo avesse colpito solo l'olmo, la piantata avrebbe potuto continuare con l'acero campestre, che alla grafiosi è immune. Non è andata così: anche gli aceri da filare sono quasi scomparsi.

La ragione è che negli stessi anni la campagna cambiava modo di funzionare. La coltura promiscua — vite, cereali e alberi sullo stesso appezzamento — è incompatibile con la meccanizzazione: un trattore non gira fra i filari di alberi, e la resa per ettaro di un vigneto specializzato è molto più alta. La piantata è stata smantellata perché non conveniva più, non perché mancassero i tutori. La grafiosi ha accelerato una fine già decisa altrove.

Gli olmi che resistono

Dagli anni Settanta la ricerca lavora su cloni resistenti, incrociando l'olmo europeo con specie asiatiche che convivono col fungo da sempre. In Italia il Consiglio nazionale delle ricerche ne ha selezionati alcuni, con nomi che si trovano nei vivai forestali: San Zanobi, Plinio, Arno. Non sono olmi campestri puri e non hanno la stessa forma, ma raggiungono dimensioni da albero e non muoiono.

Vengono impiegati nelle alberature e in qualche progetto di ricostruzione delle siepi rurali. Sono pochi, e non riportano indietro il paesaggio: un filare di cloni resistenti non è una piantata, così come un vigneto a spalliera non è coltura promiscua.

Resta però una cosa che si può vedere ancora oggi, senza cercare niente di raro. Basta guardare i cespugli lungo un fosso di campagna, riconoscere la foglia asimmetrica alla base, e sapere che quello non è un arbusto. È un albero da venti metri che ha imparato a non crescere.