A metà ottobre, in un giardino dell'entroterra toscano, chi ha piantato un acero tre anni fa si china sul ramo più basso e guarda da vicino. Le foglie rosse d'autunno sono arrivate tutte insieme, ma non in modo uniforme: il rosso parte dal margine e risale lungo le nervature, lasciando il centro ancora verdastro. E sulle foglie rivolte a sud la colorazione vira quasi al violaceo, mentre quelle interne, all'ombra dei rami più alti, restano di un giallo pallido. Il bordo di qualcuna è secco. La conclusione arriva da sola: la pianta sta soffrendo, va nutrita e bagnata di più.

È esattamente la cosa sbagliata da fare. Quei due dettagli non sono un danno in corso ma un meccanismo in funzione: il primo è la clorofilla che viene smontata e riportata dentro la pianta, il secondo è un pigmento nuovo, fabbricato apposta in una foglia che sta per cadere. Succede su Acer palmatum come sul liquidambar, sul cotino e sulla vite americana, cioè sulle piante che riempiono giardini, siepi, vasi da terrazzo e muri di confine da Trieste alla Sicilia. Imparare a leggere quel rosso richiede sessanta secondi. Vale la pena.

La clorofilla smontata: il cantiere che chiude e recupera i materiali

Il fenomeno non avviene sulla superficie della foglia ma dentro, nel mesofillo, nei cloroplasti distribuiti fra la nervatura centrale, le nervature secondarie e il tessuto compreso fra le due epidermidi. Si chiama senescenza fogliare ed è un processo ordinato, non un cedimento: la clorofilla viene demolita in frammenti incolori, le proteine che la accompagnavano vengono scomposte e l'azoto che contenevano viene spedito lungo il picciolo verso rami e gemme. Non è disidratazione, non è una malattia e non è la foglia che muore per esaurimento. È un cantiere che smonta i ponteggi e riporta in magazzino i materiali riutilizzabili prima di chiudere.

A che serve smontarla? A non buttare via l'azoto. Costruire clorofilla costa alla pianta una quota importante dell'azoto assorbito in tutta la stagione, e lasciarlo cadere a terra con le foglie significherebbe ricomprarlo l'anno successivo. Il vantaggio è doppio: la pianta entra nell'inverno con una riserva già dentro i tessuti legnosi, e in primavera le gemme trovano il materiale per ripartire senza dipendere interamente dal terreno. Le ricerche sulla senescenza degli alberi decidui mostrano che questo recupero è tutt'altro che marginale. Non è però un meccanismo perfetto — una parte dell'azoto se ne va comunque con le foglie, e la quota recuperata cambia da specie a specie e da annata ad annata.

Il confronto fra individui della stessa specie che arrossano e individui che si limitano a ingiallire va in una direzione precisa: dove il rosso manca, il recupero dell'azoto risulta meno efficiente. Va detto però che il meccanismo non allunga la vita della foglia e non aggiunge un grammo di energia alla pianta: la caduta arriva comunque, alla data che la lunghezza del giorno ha già fissato mesi prima. Il servizio è reale, ma parziale.

L'operazione è più intensa sulle foglie che hanno lavorato di più, quelle esposte alla luce piena, e in Italia si concentra fra la seconda metà di ottobre e la prima di novembre, con due o tre settimane di anticipo sull'arco alpino e altrettante di ritardo sulle coste meridionali. È esattamente il periodo in cui il giardiniere, vedendo il colore cambiare, sente il bisogno di fare qualcosa.

Gli antociani: il rosso che il cantiere si dipinge addosso

Il secondo dettaglio inquietante è il rosso stesso, e soprattutto il modo in cui si distribuisce. Sulle foglie in ombra il colore si ferma al giallo; su quelle che prendono sole diretto vira al rosso acceso o al violaceo, spesso partendo dal margine e dalla pagina superiore. Cambia anche nel tempo: una foglia verde passa al giallo-verde, poi al rosso pieno, poi si scurisce verso il bruno nell'arco di due settimane. È esattamente l'effetto che la pianta cerca.

Il pigmento responsabile appartiene alla famiglia degli antociani e, a differenza dei carotenoidi gialli, non era già presente nella foglia: viene fabbricato adesso, con zuccheri ed energia, in un organo destinato a cadere. Un investimento del genere ha attirato l'attenzione anche di chi studia gli insetti. Gli afidi che passano l'inverno sugli alberi — è il caso di Myzus persicae, diffuso in tutta Italia, che in autunno torna sul pesco per deporre le uova — scelgono la pianta su cui insediarsi anche in base al colore della chioma.

Da qui l'ipotesi più discussa: il rosso sarebbe un segnale onesto e costoso, con cui l'albero comunica di essere in forma e poco conveniente da colonizzare. Non è però l'unica spiegazione in campo. Il pigmento funziona anche da filtro solare sui tessuti ormai privi di clorofilla, protegge le cellule mentre l'azoto viene ancora estratto e agisce da antiossidante nelle giornate luminose e fredde. Le ipotesi non si escludono a vicenda, e la questione resta aperta.

In ogni caso il conto torna. È un bluff vegetale che costa poco: zuccheri già prodotti dalla foglia, spesi negli ultimi giorni utili, su una struttura che sarebbe caduta comunque.

Il test dei 60 secondi: colore stagionale o rosso da stress?

Distinguere le foglie rosse d'autunno da un arrossamento patologico è più facile di quanto sembri. Non servono strumenti: bastano l'occhio e una mano, e la foglia va guardata contro luce prima di toccarla.

Perché concimare adesso è un autogol

L'istinto di nutrire la pianta che cambia colore produce tre danni distinti. Primo: l'azoto somministrato in autunno riapre il cantiere che stava chiudendo, la senescenza si blocca e la pianta arriva alle prime gelate con foglie e getti ancora teneri, che si bruciano. Secondo: l'azoto in eccesso mantiene la clorofilla attiva più a lungo e frena proprio la sintesi degli antociani, cioè cancella il colore che si voleva salvare. Terzo: un getto emesso a ottobre non ha il tempo di lignificare, e in gennaio è la prima parte che secca e va tagliata.

Se invece il problema è reale — foglie che cadono ancora verdi, chiazze secche in piena estate, rami che non ricacciano dalla base, melata sotto la chioma — la strada è un'altra e va mirata sulla causa, non sul colore. Si controlla il drenaggio del vaso, si verifica l'umidità del pane di terra a dieci centimetri di profondità, si interviene sull'infestazione dove è presente e soltanto lì, con prodotti autorizzati per la specie, applicati nelle ore fresche e mai in pieno sole. Se il sospetto riguarda un organismo da quarantena o un esemplare di pregio compromesso, il passaggio corretto è il servizio fitosanitario regionale. Su tutto il resto, non fare nulla resta la scelta migliore.

Le due settimane che decidono il colore: cosa si prepara da agosto

Qui arriva la parte che quasi nessuno racconta. Gli antociani si formano nella foglia soltanto se dentro la foglia restano zuccheri: alla base del picciolo si costruisce lo strato di distacco, l'esportazione verso il ramo rallenta, e ciò che resta intrappolato diventa materia prima per il pigmento. Ecco perché il colore dipende dal meteo di due settimane precise, non dalla cura di tutta la stagione.

Le condizioni che lo accendono sono tre e vanno insieme: notti fresche ma sopra lo zero, giornate limpide che continuano a produrre zuccheri, e un terreno non troppo ricco di azoto. Se le minime restano alte, gli zuccheri continuano a defluire e la foglia si ferma al giallo. Se arriva una gelata precoce o un vento secco, il processo si interrompe di colpo e le foglie cadono ancora verdastre.

Da qui la spiegazione di un lamento che si sente in ogni vivaio: "il mio acero in vaso non diventa mai rosso come quello del vicino". Non manca niente alla pianta. Manca l'escursione termica notturna, che su un terrazzo chiuso fra due muri caldi non si realizza mai, e spesso avanza azoto da una concimazione fatta troppo tardi.

Come si fa in pratica, in Italia:

Quello che si ottiene non è il foliage del New England ma un rosso pieno che dura dieci o quindici giorni, di solito fra fine ottobre e metà novembre nel Centro-Nord e più tardi al Sud, con tonalità che cambiano di giorno in giorno. Una regola di buon senso per chi tiene animali: le foglie appassite di alcuni aceri, in particolare Acer rubrum, sono note per essere tossiche per i cavalli, quindi conviene non lasciarle accumulare dove pascolano.

Foglie rosse in autunno: specie, esposizione e gestione italiana

Il colore si forma dove arriva la luce e dove la notte è fresca. Significa che la stessa varietà, nello stesso giardino, dà risultati opposti a seconda del punto in cui è piantata: se finisce sotto la chioma di un albero più grande resterà gialla anno dopo anno, se sta in posizione aperta con sole del mattino e riparo dal vento caldo arrossa con regolarità.

Cambiare sguardo, non concime

Una pianta che arrossa in autunno è una pianta facile: chiede una posizione luminosa, un terreno drenato, acqua diradata da settembre e nessun concime azotato in tarda stagione. Il salto di qualità non consiste nel comprare un prodotto in più, ma nell'imparare a leggere quello che si ha già davanti. Il giallo non è la clorofilla che si guasta: è la clorofilla che viene smontata e portata in magazzino. Il rosso non è un sintomo: è un pigmento fabbricato apposta, nell'ultima settimana utile. Il margine secco non è colore: è disidratazione, e quella sì merita attenzione. La prossima volta che il cantiere chiude, fermati un minuto a guardare una foglia contro luce, se ti interessa capire davvero che cosa sta facendo la pianta.

Fonti

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