Il 6 settembre la giornata dura tredici ore e due minuti a Milano e dodici ore e quarantanove a Palermo. Sono ventidue minuti in meno rispetto a sette giorni fa al Nord, diciassette al Sud, e per la prima volta da marzo Milano scende sotto le tredici ore.
Il dato che riguarda le semine però non è quello della luce, è quello della temperatura del terreno. Ad agosto i primi cinque centimetri di suolo restavano sopra i venticinque gradi anche di notte, e a quella temperatura molti semi di ortaggi da foglia non germinano affatto: entrano in una specie di blocco che i manuali chiamano termodormienza. Adesso il suolo di notte scende, di giorno risale meno, e resta per ore nella fascia fra i quindici e i venti gradi, che è quella che spinaci, lattughe e valerianella aspettavano.
Da qui viene la finestra di semina che si apre in questi giorni. È una finestra vera, cioè ha un inizio e una fine, e la fine dipende da dove sei.
La pianta del giorno: gli spinaci
Lo spinacio germina bene fra i dieci e i venti gradi e smette di germinare sopra i venticinque. È il motivo per cui chi lo semina ad agosto ottiene mezza fila vuota e pensa di avere comprato semi vecchi.
Seminato adesso, il seme spunta in sette-dieci giorni e la pianta ha davanti sei o sette settimane di condizioni ottime: giorni ancora lunghi abbastanza, notti fresche, terreno umido. Arriva all'inverno con una rosetta di foglie già formata, e quella rosetta regge il freddo, la neve leggera e le gelate: lo spinacio è uno dei pochi ortaggi che si raccoglie a dicembre e a gennaio in pianura padana.
Se aspetti ottobre le cose cambiano. Con meno di undici ore di luce lo spinacio rallenta e poi si ferma: germina lo stesso, ma resta una piantina di quattro foglie che passa l'inverno senza crescere e riparte a febbraio. Non muore, ma la raccolta invernale l'hai persa. Al Nord la differenza fra una semina del 6 settembre e una del 6 ottobre è di due mesi di raccolto.
Un'ultima cosa che riguarda l'acqua: il seme di spinacio ha bisogno di umidità costante per tutta la germinazione. Se il letto di semina asciuga per un giorno intero a metà del processo, il seme si ferma e non riparte.
Il segnale del giorno
Esci in orto o in giardino la mattina presto e tocca la terra. Fino a dieci giorni fa alle otto era già asciutta in superficie; adesso resta umida fino a metà mattina, e in alcuni punti fino a mezzogiorno.
Quello che vedi è rugiada che non evapora più in fretta, perché l'aria è più fresca e il sole arriva più basso e più tardi. È il segnale che dice che il terreno è pronto per una semina: significa che un seme appena interrato non asciugherà fra un'annaffiatura e l'altra.
Quello che non dice è che il terreno sia abbastanza bagnato in profondità. La rugiada bagna pochi millimetri. Se non piove da due settimane, sotto è secco: prima di seminare bagna bene, aspetta un giorno, poi lavora la terra.
Il gesto del giorno
Prepara il letto di semina. Significa rompere le zolle grosse in superficie e passare il rastrello finché i primi due o tre centimetri non sono fatti di terra fine e uniforme, senza sassi e senza grumi più grandi di una nocciola. Poi si passa il dorso del rastrello per livellare.
Serve perché i semi di spinacio, lattuga e rucola sono piccoli e vanno interrati a un centimetro scarso. In una terra piena di zolle un seme finisce in una cavità d'aria e resta a secco, oppure si trova sotto una zolla e non ha la forza di sollevarla.
Ci vogliono dieci minuti per una fila di due metri. Se non lo fai, la semina viene rada e irregolare, e non capirai se è colpa dei semi o del terreno.
L'errore del giorno
Seminare troppo fitto succede perché i semi sono piccoli: si versa la bustina in mano, si prende un pizzico e ne cadono trenta dove ne servivano cinque. Nessuno lo fa apposta, ed è quasi impossibile evitarlo a occhio.
Il risultato è una fila verde e folta che sembra un successo e non lo è. Trenta piantine su dieci centimetri si fanno ombra a vicenda, si allungano cercando luce, restano sottili e nessuna forma una rosetta decente. In più l'aria non circola fra loro, e con le notti umide di settembre partono i marciumi del colletto.
Il rimedio è il diradamento, e va fatto presto: quando le piantine hanno due foglie vere, si tolgono quelle in eccesso lasciandone una ogni cinque centimetri per lo spinacio. Si strappano, non si tagliano. Chi non riesce a farlo può mescolare i semi con un po' di sabbia asciutta prima di seminare: si distribuiscono da soli.
Nell'orto
In pianura padana e nelle vallate alpine la finestra è stretta: da adesso a metà settembre per spinacio, valerianella, rucola e ravanello; entro il venti per lattughe da taglio. Dopo il venti ogni giorno perso conta doppio, perché le piantine devono essere formate prima che le ore di luce scendano sotto le undici, cosa che al Nord accade a metà ottobre.
Nel Centro Italia la stessa finestra si allunga fino a fine settembre, e in collina si può seminare anche nei primi giorni di ottobre.
In Sicilia, in Calabria e sulle coste meridionali la finestra è larghissima: si semina adesso e si può ancora seminare a novembre, perché lì lo spinacio cresce per tutto l'inverno senza fermarsi. Il problema al Sud in questi giorni non è il freddo che arriva, è il caldo che non se ne va: se le giornate stanno ancora sopra i trenta gradi, semina all'ombra parziale o aspetta la prima settimana di ottobre.
Quello che si compra adesso
Le melanzane di settembre sono le ultime della stagione e sono le migliori dell'anno, perché con le notti fresche accumulano meno acqua e più sostanza. Sono anche quelle che si scelgono peggio, perché il criterio che usano quasi tutti, cioè prendere la più grossa, è sbagliato.
Prendine due dello stesso volume e pesale in mano. Quella che pesa meno è più vecchia: ha perso acqua e dentro avrà semi scuri e polpa spugnosa. Vuoi quella che pesa di più a parità di dimensioni.
Poi guarda il calice, la parte verde attaccata al gambo. Deve essere verde vivo, sodo, con le spine ancora pungenti se la varietà le ha. Un calice appassito, secco o brunito significa che è stata raccolta da giorni. La buccia deve essere lucida e tesa: se premendo con il pollice resta l'impronta, è vecchia; se torna su, è fresca.
La parola del giorno
Diradamento è la parola che compare sul retro di quasi tutte le bustine di semi, di solito in una riga che nessuno legge: "diradare a dieci centimetri quando le piantine hanno due foglie vere".
Significa togliere di mezzo una parte delle piantine nate, sacrificandole, perché le rimanenti abbiano spazio, luce e acqua. È un'operazione che sembra uno spreco e non lo è: la fila diradata produce molto più della fila fitta, sia in peso sia in qualità.
Cambia il modo di leggere un semenzaio. Chi non conosce la parola vede cento piantine nate e pensa di avere fatto un buon lavoro. Chi la conosce sa che quelle cento sono un materiale da ridurre a venti, e che il lavoro vero comincia adesso. Vale anche per i vasi sul balcone: una cassetta di rucola seminata a caso e mai diradata dà foglie sottili per due settimane e poi va a seme.
Il cielo di stasera
La Luna è calante e sottile, due giorni dopo l'ultimo quarto. Sorge nel cuore della notte e resta bassa: stasera non la vedrai, e non la vedrai nemmeno domani. La luna nuova è l'11 settembre alle 3:26.
Il Sole tramonta intorno alle 19:53 a Milano, alle 19:36 a Roma, alle 19:30 a Palermo. In sette giorni Milano ha perso ventidue minuti di luce.
La tradizione contadina collocava proprio in fase calante le semine degli ortaggi da radice e da foglia che non devono andare a seme troppo presto, e quindi anche quella dello spinacio. È una consuetudine tramandata di generazione in generazione, non un effetto misurato: la finestra che conta davvero, in questi giorni, è quella della temperatura del terreno.
Da osservare stasera
Prendi una manciata di terra dall'orto o da un vaso grande, stringila in pugno e riaprilo. Se resta una palla compatta che non si sbriciola, è troppo bagnata per essere lavorata. Se si sfarina subito ed è polvere, è troppo asciutta. Se tiene la forma ma si rompe con un dito, è al punto giusto.
È il vecchio metodo con cui si decide se seminare oggi o aspettare, e funziona meglio di qualunque previsione. Ci vogliono quindici secondi e ti resta la mano sporca.