Basta sfiorarla con un dito e le sue foglioline si richiudono una dopo l'altra, come un ventaglio, mentre il picciolo si piega verso il basso. Dopo qualche minuto la pianta si riapre come se nulla fosse. È la Mimosa pudica, una piccola pianta dalle foglie leggere che ricordano una felce. Ma la cosa più sorprendente non è il movimento: è che questa pianta può imparare quando non vale la pena di chiudersi.
In un esperimento pubblicato sulla rivista Oecologia nel 2014, la mimosa ha smesso di reagire a un disturbo innocuo e ne ha conservato il ricordo per 28 giorni.
Come fa la mimosa a chiudere le foglie
Il movimento della Mimosa pudica nasce da piccoli ingrossamenti alla base delle foglioline e dei piccioli, chiamati pulvini. Dentro ci sono cellule che possono perdere rapidamente acqua: quando la pianta viene toccata, un segnale si propaga lungo i tessuti e queste cellule si svuotano da un lato, facendo piegare la fogliolina. È un meccanismo idraulico, che funziona per variazioni di pressione e non grazie a muscoli.
Per la pianta chiudersi ha un senso: le foglie ripiegate offrono meno superficie agli animali che vorrebbero mangiarle. Ma ha anche un costo, perché una pianta chiusa riceve meno luce e produce meno nutrimento.
L'esperimento: la mimosa che impara
A studiarlo è stata Monica Gagliano, allora al Centro di biologia evolutiva della University of Western Australia, in uno studio firmato con altri ricercatori, fra cui Stefano Mancuso dell'Università di Firenze. Le piantine di mimosa venivano lasciate cadere più volte da 15 centimetri di altezza, lungo un binario verticale, su una base di gommapiuma: un colpo che non le danneggiava.
All'inizio le mimose richiudevano le foglie a ogni caduta. Poi, ripetendo l'esperienza, hanno smesso di farlo: avevano «imparato» che quel disturbo non era pericoloso. Quando le stesse piante sono state messe alla prova di nuovo dopo 28 giorni, continuavano a non chiudersi. Le piante cresciute con poca luce imparavano più in fretta, ed è comprensibile: per loro chiudersi inutilmente costava di più.
Che cosa significa per chi la coltiva
Lo studio non dice che le piante pensino come gli animali, ma mostra che anche senza un cervello una pianta può modificare il proprio comportamento in base all'esperienza. Per chi ha una mimosa in casa, la lezione è concreta: toccarla di continuo per vederla chiudersi non è un gioco innocuo. Ogni chiusura le sottrae ore di luce e di fotosintesi, e una pianta stuzzicata troppo spesso cresce peggio.
Novembre, con le giornate corte, è il periodo in cui la mimosa ha più bisogno della poca luce disponibile. Conviene tenerla vicino a una finestra luminosa, lontano dai termosifoni, e lasciarla tranquilla: le foglie aperte sono quelle che lavorano.
Una pianta di casa, non di giardino
La mimosa pudica viene dalle zone tropicali e in Italia si coltiva come pianta da appartamento o in vaso sul balcone nei mesi caldi. Non va confusa con la mimosa dei fiori gialli dell'8 marzo, che è un albero di tutt'altra specie. Si trova nei vivai e si può far crescere anche da seme, in primavera, con il terriccio tiepido; le piantine reagiscono al tocco già quando sono piccole, e sono un modo semplice per mostrare ai bambini che le piante si muovono, a patto di non esagerare con gli esperimenti. Teme il freddo e d'inverno sta meglio in casa, con il terriccio appena umido e senza ristagni nel sottovaso.
Quel gesto di chiudersi al primo tocco, insomma, non è un riflesso cieco. La mimosa decide, a modo suo, quando vale la pena di farlo, e se ne ricorda per settimane.




